Lancillotto e il mestolo d’oro

il blog di Adriano Liloni & friends

21 June 2007

Un incontro ravvicinato…: di Fausto Soregaroli

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Successe più o meno otto anni fa.

 

Ritornavo da una serata a Bergamo, un sabato sera. Percorrevo la Soncinese in direzione Soncino ed avevo lasciato alle spalle l’abitato di Fontanella.

La visibilità era ottima e la serata calda. Era Estate. Viaggiavo più o meno a cento all’ora e con gli abbaglianti: erano circa l’1,40 e non c’era anima viva in giro. Qualche vettura ogni tanto.

All’altezza di Gallignano, che rimane all’interno della provinciale, sulla sinistra e in prossimità di una zona piuttosto alberata, vedo uscire come un lampo, dal bordo della mia carreggiata, un’animale. Una freccia che non  faccio a tempo a identificare e nemmeno ad evitare. Un sordo rumore in prossimità della parte anteriore destra dell’auto e “Beccato, che rabbia!”, esclamai.

Si, ma beccato cosa?? Non ne avevo proprio idea.

 

In quegli istanti rapidi e veloci avevo passato in rassegna tutte le specie animali che potevano esserci in pianura, escludendo il Gatto, un piccolo Cane, una piccola Volpe…, una…

Chissà perché la sensazione di aver impattato un animale “nobile” ( mi si perdoni questa espressione: tutti gli animali sono nobili), uno di quelli che mi hanno sempre affascinato sin da bambino e più di altri, si faceva sempre più strada nella mia testa.

 

Avevo rallentato e  proseguivo piano verso Soncino, ma l’occhio rimaneva incollato allo specchietto retrovisore a vedere se sull’asfalto era rimasta  una traccia. Non vedevo nulla, il buio sul ciglio  destro della strada era accentuato dalle fronde folte degli alberi.

All’improvviso la sagoma stesa sulla corsia delle dimensioni di un gatto apparve in tutta la sua nitidezza.

Ero sicuro si trattasse di un animale non comune, diverso dal solito. Sicuramente una Martora. Mi ero messo in testa una Martora e, per un po’, vi rimase.

 

Ero deciso a trovare un piccolo spazio per girami e ritornare sul posto dell’impatto, perché non volevo assolutamente che nessuna vettura schiacciasse, rovinandolo, quel bellissimo mustelide, cugino dell’Ermellino, della Mangusta (la Mangusta fedele!), della Lontra, della Donnola e di altri splendidi esemplari di carnivori, spesso tanto odiati, perché cacciatori nei pollai, quanto ricercati per il pregio del manto. Non la dovevano assolutamente calpestare, anche se sicuramente non c’era ormai più nulla da fare.

Trovata la stradina laterale vi entrai e, entrando in un campo di erba appena tagliata, mi girai tornando sul posto.

 

Arrivato all’altezza della Martora ( ma il dubbio rimaneva…) e trovato uno slargo laterale per ritornare in carreggiata verso casa, misi la mia vettura di allora appena davanti al corpo steso per traverso sulla strada e parcheggiai, con anabbaglianti e quattro frecce accese, davanti all’animale.

 

Mi avevano sempre insegnato che un animale investito è pericoloso. Soprattutto se è di certe dimensioni, come può essere un cane, o se è un animale aggressivo per natura. Il dolore, la prossimità della morte, la rabbia per chi gli aveva fatto del male, potevano farlo reagire istintivamente, trovando nelle ultime forze il mordente per azzannarti,  magari, oltre che farti male, infettarti, soprattutto se selvatico o randagio.

 

Mi avvicinai piano, dopo aver preso dal bagagliaio una delle due torce che tenevo per un’eventuale emergenza. Lo illuminai e vidi che sicuramente era una Martora… Forse…

Il manto era stupendo di un colore grigio marrone scuro, con una grande macchia di pelo bianco sotto la gola. La coda era lunga e folta. Sarà stata almeno 70 cm di lunghezza.

“Porca puttana!” Esclamai, “Porca puttana!”… “E’ spacciata”.

Dal naso colava del muco bianco misto a sangue e il respiro era leggero e rapido… Stava morendo.

“Non la lascio qua”, mi dissi, “Non la lascio qua!”… “Me la porto a casa”.

 

Nel bagagliaio della vettura di allora tenevo un ufficio viaggiante. E fra le tante cartacce sistemate tra folder e brochure e condizioni contrattuali accomodate strategicamente in un cartone per banane (è il più robusto ed il più comodo contenitore che può offrirti il mercato del riciclo) che mi ero fatto dare dal mio dirimpettaio fruttivendolo, tenevo una cartina plastificata in formato A3 che avevo utilizzato anni prima per una zona che avevo “battuto”.

Presi la cartina, cercai di infilarla piano sotto il corpo dell’animale, cercando di non procurargli altri dolori più di quello che oramai lo stava portando alla morte.

Cercai, al contempo, di stargli lontano e di stare attento che qualche pazzo non ci investisse  a 200 all’ora e, alzando con non poca fatica, visto il precario equilibrio, misi la Martora nella scatola delle banane, debitamente svuotata dal tutto e preparata sul fondo con della carta di un quotidiano che avevo sul sedile posteriore da almeno una settimana.

Ripartii, con tutte quelle remore di avere un non so che di presumibilmente tanto fragile e in tutto instabile, ma con la possibilità che soffrisse e saltasse fuori dalla scatola e… Insomma, mille pensieri per la testa  e tanto sudore per tutto quello che avevo fatto e stavo facendo: complice il caldo, la stanchezza, il nervosismo e l’eccitamento.

 

Perché ero eccitato, come prevedessi di poter rimettere in sesto una Martora che aveva sbattuto la testa contro la ruota di una vettura che andava a 100 all’ora, più la velocità della Martora stessa che non era poca cosa. Insomma, lo so: sono matto…

 

                                                            Fine prima parte

Fausto Soregaroli

Un Commento a “Un incontro ravvicinato…: di Fausto Soregaroli”

  1. Questa storia mi ha ricordato di quando lavoravo nel Canton Ticino. Ricordo benissimo le cronache di un giornale locale. Un giorno uscirono con un articolo che parlava dell’attitudine delle martore di rosicchiare i tubi dei freni delle macchine parcheggiate, con gravi conseguenze per l’incolumità dei guidatori. Del resto in Canton Ticino la natura riesce ancora a insinuarsi parecchio tra le aree urbanizzate.

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