<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><!-- generator="wordpress/wordpress-mu-1.1.1" -->
<rss version="2.0" 
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/">
<channel>
	<title>Commenti a: CLUSTER</title>
	<link>http://lancillotto.san-lorenzo.com/2007/06/cluster.html</link>
	<description>il blog di Adriano Liloni &#038; friends</description>
	<pubDate>Tue, 02 Dec 2008 11:24:20 +0000</pubDate>
	<generator>http://wordpress.org/?v=wordpress-mu-1.1.1</generator>

	<item>
		<title>By: Fausto Soregaroli</title>
		<link>http://lancillotto.san-lorenzo.com/2007/06/cluster.html#comment-122</link>
		<author>Fausto Soregaroli</author>
		<pubDate>Fri, 08 Jun 2007 10:34:36 +0000</pubDate>
		<guid>http://lancillotto.san-lorenzo.com/2007/06/cluster.html#comment-122</guid>
		<description>Tanto per saperne un po' di più...

F



Le munizioni cluster in Italia 

L’Italia è uno degli almeno 57 Paesi al mondo che hanno nei propri arsenali munizioni cluster, definizione che comprende sia le bombe d’aereo che munizioni più piccole d’artiglieria. L’Italia ha inoltre partecipato a missioni internazionali nelle quali è stato fatto uso, da parte di forze alleate, di munizioni cluster (ad esempio in Kossovo), anche se non risulta averne mai fatto uso direttamente. Il nostro paese risulta però anche paese produttore. Un fatto grave anche se lo stoccaggio, la produzione e la vendita di una simile arma si deve al fatto che queste armi micidiali, i cui effetti sono del tutto assimilabili a quelli delle mine antipersona (se non addirittura più gravi), sono completamente legali. Infatti, sia la legge 374/97 che mette al bando le mine antipersona sul territorio italiano che il Trattato di Ottawa1 entrato in vigore il primo marzo 1999, danno una definizione di mina basata sul progetto dell’ordigno e non sugli effetti che questo produce (come avevano proposto alcuni al momento del negoziato internazionale culminato ad Ottawa). 
Se da un lato il successo del Trattato si deve almeno in parte proprio alla specificità del suo oggetto (le mine antipersona), questo ha comportato che rimanessero escluse armi altrettanto indiscriminate e con effetti di fatto assimilabili a quelli delle mine antipersona: tra queste le mine anticarro e, appunto, le munizioni cluster. 
Il lancio da parte della Cluster Munition Coalition2 (CMC - una coalizione internazionale di più di 100 organizzazioni, nata nel novembre 2003) della campagna per una moratoria su produzione, uso e commercio delle cluster richiede dunque anche nel nostro paese una verifica sulle quantità prodotte o eventualmente stoccate nei magazzini dell’esercito italiano. Presenza quest’ultima di cui la campagna ha avuto notizia e su cui intende chiedere una verifica approfondita da parte del parlamento presso il Ministero della Difesa. 

Cluster negli stock italiani 

La presenza in Italia di cluster è stata segnalata per la prima volta dall’organizzazione umanitaria e di ricerca Human Rights Watch in un memorandum distribuito ai delegati del gruppo di esperti sui residuati bellici esplosivi in seno alla Convenzione sulle Armi Convenzionali riuniti a Ginevra tra il 10 e il 14 marzo 2003 (il materiale è consultabile all’indirizzo web &lt;a href="http://www.hrw.org/backgrounder/arms/cluster031003.htm)." rel="nofollow"&gt;http://www.hrw.org/backgrounder/arms/cluster031003.htm).&lt;/a&gt; Secondo il dossier il nostro paese è uno degli almeno 57 Paesi (tra i quali 13 dei 25 membri dell’Unione Europea) al mondo che hanno nei propri arsenali munizioni cluster (definizione che comprende sia le bombe d’aereo che munizioni più piccole d’artiglieria). 
La tabella allegata elenca i tipi di munizioni cluster che sarebbero detenuti negli stock italiani. Non ci sono indicazioni sui quantitativi di questi stock, né sul ruolo che queste armi hanno nelle linee strategiche della difesa italiana. 


1 Il prossimo novembre a Nairobi in Kenia si terrà la prima conferenza di revisione della Convenzione, occasione in cui si riuniranno i rappresentanti di circa 150 Stati e di numerose organizzazioni non governative e agenzie internazionali per fare una valutazione dei primi cinque anni di vigenza del trattato. 

2 In Italia la Campagna è stata lanciata ufficialmente col Convegno a Roma del 7 ottobre: “L’eredità della guerra. Oltre le mine: le munizioni cluster” 


Tra le munizioni presenti negli arsenali italiani ve ne sono anche alcune del tipo DPICM – Dual Purpose Conventional Munitions, lanciate con sistemi di artiglieria MLRS (Multiple Launch Rocket System). Queste munizioni presentano un alto rischio di impatto umanitario, dal momento che hanno un elevato tasso di mancato funzionamento: circa una submunizione su sei rimane inesplosa. Informazioni provenienti da fonti riservate indicano che l’Aviazione Militare Italiana ha in dotazione un numero limitato di bombe cluster d’aereo tipo (MK2)BL755 (di produzione inglese) contenenti ciascuna 147 bombette tipo MK 1 HE (2,15 lbs). Queste bombe possono essere portate da velivoli di tipo G91Y e F104G. Per cause tecniche non sono state montate su altri aerei ma sono state fatte delle prove nel centro sperimentale. Finora comunque l’AMI non ha mai impiegato questo tipo di bombe, neanche nei poligoni di tiro.

La produzione di cluster in Italia 

Il nostro Paese non sarebbe però solo uno dei tanti che stoccano questo tipo di munizioni. E’ anche uno dei 33 (tra i quali 11 membri dell’UE) produttori di cluster. A quanto risulta alla Campagna italiana, le ditte italiane che producono questo tipo di armi sono due: la Simmel Difesa di Colleferro (Roma) e la SNIA BDP. Su quest’ultima non ci sono informazioni relative a tipo e quantità di produzione, mentre la Simmel Difesa ha un catalogo su web dal quale risulta la produzione di almeno due tipi di munizioni cluster: il razzo aereo Medusa 81 mm (caricato con 11 bomblets anti-persona e anti-materiale) e il munizionamento da artiglieria da 55mm Howitzer Bomblets Cargo Round, caricato con 63 submunizioni anti-persona/anti-carro dotate di meccanismi di autodistruzione). 

Trasferimenti 

Sul fronte dei trasferimenti, risulta che l’Italia ha importato proiettili dalla Germania e razzi e bombe dagli USA (oltre alle BL755 di produzione inglese). Nel 1999 risulta un’esportazione di 50 granate BCR IM303 e di 74 granate calibro 155mm con submunizioni HEAT cal.42 (armi anticarro ad effetto cluster). Non è però noto verso quali Paesi siano state trasferite.

Effetti indesiderati 

L’Italia ha avuto nel 1999 un “assaggio” degli effetti di questi ordigni quando aerei NATO di ritorno alla base di Aviano dopo le missioni in Serbia e Kossovo hanno rilasciato nell’Adriatico, in manovre di emergenza, 235 bombe (comprese alcune bombe a grappolo contenenti a loro volta centinaia di submunizioni). In conseguenza di questo, si sono verificati alcuni incidenti tra cui il ferimento di quattro membri dell’equipaggio del peschereccio “Il Profeta” nell’esplosione di una bomba (inizialmente ritenuta un residuato della seconda guerra mondiale, ipotesi poi smentita) rimasta impigliata nelle sue reti in Alto Adriatico il 10 maggio 1999, e il ripescaggio solo tre giorni dopo di centinaia di submunizioni di bombe a grappolo (ordigni delle dimensioni di lattine di birra di colore giallo sgargiante, recanti la stampigliatura June 1999) a 22 miglia a est di Venezia. La gravità di questi episodi e della minaccia rappresentata per gli equipaggi dagli ordigni sganciati nelle sei aree appositamente designate (ciascuna del diametro di 10 miglia e situate tutte lungo la linea mediana del Mar Adriatico, di cui due
all’altezza di Ravenna e le altre all’altezza di Pesaro, Bari, Brindisi e Santa Maria di Leuca) ha spinto il governo – che inizialmente dichiarò di non essere stato informato di questa pratica delle forze alleate - a decretare il blocco della pesca mentre venivano avviate le operazioni di bonifica. Tramite apposito decreto (n°154 del 31 maggio 1999), successivamente convertito in legge, è stata istituita una speciale unità di crisi interministeriale e sono stati stanziati 60 miliardi in indennizzi diretti ai pescatori colpiti, più altri 25 per risarcire i danni subiti da rivenditori e indotto. 
Le operazioni di bonifica, iniziate nel maggio 1999 da cacciamine della Marina Italiana, hanno coinvolto dall’aprile 2000 anche unità della NATO. Ancora nel gennaio 2000, decine di submunizioni cluster sono state ripescate dal peschereccio “Vento dell’Est” e non è noto alla Campagna Italiana contro le Mine se tutti gli ordigni siano stati rimossi. 
Altri ordigni, tra cui almeno tre bombe cluster di modello CBU 87, erano stati inoltre scaricati nel lago di Garda nel mese di aprile 1999. 

Iniziative da prendere 

La Campagna Italiana contro le Mine, che aderisce alla CMC ha intenzione di mobilitare i parlamentari delle commissioni difesa di Camera e Senato affinché richiedano ufficialmente al Ministero della Difesa maggiori informazioni su produzione e stock di questo tipo di armi e promuovano nei confronti del governo italiano una proposta di moratoria nazionale sine die su uso, produzione e commercio di queste armi in ragione dei loro devastanti effetti sulle popolazioni colpite. 
Le munizioni cluster sono state già oggetto, nel mese di maggio 2004, di un’audizione condotta dalla Campagna Mine presso la Commissione Straordinaria per la tutela e promozione dei diritti umani del Senato, nel corso della quale il Presidente, Sen Enrico Pianetta ha espresso l’intenzione, sua e della commissione, di collaborare con le iniziative che si rendano necessarie per mettere fine alle drammatiche conseguenze umanitarie dell’uso di questi ordigni. 

da &lt;a href="http://www.campagnamine.org/" rel="nofollow"&gt;http://www.campagnamine.org/&lt;/a&gt;


</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Tanto per saperne un po&#8217; di più&#8230;</p>
<p>F</p>
<p>Le munizioni cluster in Italia </p>
<p>L’Italia è uno degli almeno 57 Paesi al mondo che hanno nei propri arsenali munizioni cluster, definizione che comprende sia le bombe d’aereo che munizioni più piccole d’artiglieria. L’Italia ha inoltre partecipato a missioni internazionali nelle quali è stato fatto uso, da parte di forze alleate, di munizioni cluster (ad esempio in Kossovo), anche se non risulta averne mai fatto uso direttamente. Il nostro paese risulta però anche paese produttore. Un fatto grave anche se lo stoccaggio, la produzione e la vendita di una simile arma si deve al fatto che queste armi micidiali, i cui effetti sono del tutto assimilabili a quelli delle mine antipersona (se non addirittura più gravi), sono completamente legali. Infatti, sia la legge 374/97 che mette al bando le mine antipersona sul territorio italiano che il Trattato di Ottawa1 entrato in vigore il primo marzo 1999, danno una definizione di mina basata sul progetto dell’ordigno e non sugli effetti che questo produce (come avevano proposto alcuni al momento del negoziato internazionale culminato ad Ottawa).<br />
Se da un lato il successo del Trattato si deve almeno in parte proprio alla specificità del suo oggetto (le mine antipersona), questo ha comportato che rimanessero escluse armi altrettanto indiscriminate e con effetti di fatto assimilabili a quelli delle mine antipersona: tra queste le mine anticarro e, appunto, le munizioni cluster.<br />
Il lancio da parte della Cluster Munition Coalition2 (CMC - una coalizione internazionale di più di 100 organizzazioni, nata nel novembre 2003) della campagna per una moratoria su produzione, uso e commercio delle cluster richiede dunque anche nel nostro paese una verifica sulle quantità prodotte o eventualmente stoccate nei magazzini dell’esercito italiano. Presenza quest’ultima di cui la campagna ha avuto notizia e su cui intende chiedere una verifica approfondita da parte del parlamento presso il Ministero della Difesa. </p>
<p>Cluster negli stock italiani </p>
<p>La presenza in Italia di cluster è stata segnalata per la prima volta dall’organizzazione umanitaria e di ricerca Human Rights Watch in un memorandum distribuito ai delegati del gruppo di esperti sui residuati bellici esplosivi in seno alla Convenzione sulle Armi Convenzionali riuniti a Ginevra tra il 10 e il 14 marzo 2003 (il materiale è consultabile all’indirizzo web <a href="http://www.hrw.org/backgrounder/arms/cluster031003.htm)." rel="nofollow"></a><a href="http://www.hrw.org/backgrounder/arms/cluster031003.htm" rel="nofollow">http://www.hrw.org/backgrounder/arms/cluster031003.htm</a>). Secondo il dossier il nostro paese è uno degli almeno 57 Paesi (tra i quali 13 dei 25 membri dell’Unione Europea) al mondo che hanno nei propri arsenali munizioni cluster (definizione che comprende sia le bombe d’aereo che munizioni più piccole d’artiglieria).<br />
La tabella allegata elenca i tipi di munizioni cluster che sarebbero detenuti negli stock italiani. Non ci sono indicazioni sui quantitativi di questi stock, né sul ruolo che queste armi hanno nelle linee strategiche della difesa italiana. </p>
<p>1 Il prossimo novembre a Nairobi in Kenia si terrà la prima conferenza di revisione della Convenzione, occasione in cui si riuniranno i rappresentanti di circa 150 Stati e di numerose organizzazioni non governative e agenzie internazionali per fare una valutazione dei primi cinque anni di vigenza del trattato. </p>
<p>2 In Italia la Campagna è stata lanciata ufficialmente col Convegno a Roma del 7 ottobre: “L’eredità della guerra. Oltre le mine: le munizioni cluster” </p>
<p>Tra le munizioni presenti negli arsenali italiani ve ne sono anche alcune del tipo DPICM – Dual Purpose Conventional Munitions, lanciate con sistemi di artiglieria MLRS (Multiple Launch Rocket System). Queste munizioni presentano un alto rischio di impatto umanitario, dal momento che hanno un elevato tasso di mancato funzionamento: circa una submunizione su sei rimane inesplosa. Informazioni provenienti da fonti riservate indicano che l’Aviazione Militare Italiana ha in dotazione un numero limitato di bombe cluster d’aereo tipo (MK2)BL755 (di produzione inglese) contenenti ciascuna 147 bombette tipo MK 1 HE (2,15 lbs). Queste bombe possono essere portate da velivoli di tipo G91Y e F104G. Per cause tecniche non sono state montate su altri aerei ma sono state fatte delle prove nel centro sperimentale. Finora comunque l’AMI non ha mai impiegato questo tipo di bombe, neanche nei poligoni di tiro.</p>
<p>La produzione di cluster in Italia </p>
<p>Il nostro Paese non sarebbe però solo uno dei tanti che stoccano questo tipo di munizioni. E’ anche uno dei 33 (tra i quali 11 membri dell’UE) produttori di cluster. A quanto risulta alla Campagna italiana, le ditte italiane che producono questo tipo di armi sono due: la Simmel Difesa di Colleferro (Roma) e la SNIA BDP. Su quest’ultima non ci sono informazioni relative a tipo e quantità di produzione, mentre la Simmel Difesa ha un catalogo su web dal quale risulta la produzione di almeno due tipi di munizioni cluster: il razzo aereo Medusa 81 mm (caricato con 11 bomblets anti-persona e anti-materiale) e il munizionamento da artiglieria da 55mm Howitzer Bomblets Cargo Round, caricato con 63 submunizioni anti-persona/anti-carro dotate di meccanismi di autodistruzione). </p>
<p>Trasferimenti </p>
<p>Sul fronte dei trasferimenti, risulta che l’Italia ha importato proiettili dalla Germania e razzi e bombe dagli USA (oltre alle BL755 di produzione inglese). Nel 1999 risulta un’esportazione di 50 granate BCR IM303 e di 74 granate calibro 155mm con submunizioni HEAT cal.42 (armi anticarro ad effetto cluster). Non è però noto verso quali Paesi siano state trasferite.</p>
<p>Effetti indesiderati </p>
<p>L’Italia ha avuto nel 1999 un “assaggio” degli effetti di questi ordigni quando aerei NATO di ritorno alla base di Aviano dopo le missioni in Serbia e Kossovo hanno rilasciato nell’Adriatico, in manovre di emergenza, 235 bombe (comprese alcune bombe a grappolo contenenti a loro volta centinaia di submunizioni). In conseguenza di questo, si sono verificati alcuni incidenti tra cui il ferimento di quattro membri dell’equipaggio del peschereccio “Il Profeta” nell’esplosione di una bomba (inizialmente ritenuta un residuato della seconda guerra mondiale, ipotesi poi smentita) rimasta impigliata nelle sue reti in Alto Adriatico il 10 maggio 1999, e il ripescaggio solo tre giorni dopo di centinaia di submunizioni di bombe a grappolo (ordigni delle dimensioni di lattine di birra di colore giallo sgargiante, recanti la stampigliatura June 1999) a 22 miglia a est di Venezia. La gravità di questi episodi e della minaccia rappresentata per gli equipaggi dagli ordigni sganciati nelle sei aree appositamente designate (ciascuna del diametro di 10 miglia e situate tutte lungo la linea mediana del Mar Adriatico, di cui due<br />
all’altezza di Ravenna e le altre all’altezza di Pesaro, Bari, Brindisi e Santa Maria di Leuca) ha spinto il governo – che inizialmente dichiarò di non essere stato informato di questa pratica delle forze alleate - a decretare il blocco della pesca mentre venivano avviate le operazioni di bonifica. Tramite apposito decreto (n°154 del 31 maggio 1999), successivamente convertito in legge, è stata istituita una speciale unità di crisi interministeriale e sono stati stanziati 60 miliardi in indennizzi diretti ai pescatori colpiti, più altri 25 per risarcire i danni subiti da rivenditori e indotto.<br />
Le operazioni di bonifica, iniziate nel maggio 1999 da cacciamine della Marina Italiana, hanno coinvolto dall’aprile 2000 anche unità della NATO. Ancora nel gennaio 2000, decine di submunizioni cluster sono state ripescate dal peschereccio “Vento dell’Est” e non è noto alla Campagna Italiana contro le Mine se tutti gli ordigni siano stati rimossi.<br />
Altri ordigni, tra cui almeno tre bombe cluster di modello CBU 87, erano stati inoltre scaricati nel lago di Garda nel mese di aprile 1999. </p>
<p>Iniziative da prendere </p>
<p>La Campagna Italiana contro le Mine, che aderisce alla CMC ha intenzione di mobilitare i parlamentari delle commissioni difesa di Camera e Senato affinché richiedano ufficialmente al Ministero della Difesa maggiori informazioni su produzione e stock di questo tipo di armi e promuovano nei confronti del governo italiano una proposta di moratoria nazionale sine die su uso, produzione e commercio di queste armi in ragione dei loro devastanti effetti sulle popolazioni colpite.<br />
Le munizioni cluster sono state già oggetto, nel mese di maggio 2004, di un’audizione condotta dalla Campagna Mine presso la Commissione Straordinaria per la tutela e promozione dei diritti umani del Senato, nel corso della quale il Presidente, Sen Enrico Pianetta ha espresso l’intenzione, sua e della commissione, di collaborare con le iniziative che si rendano necessarie per mettere fine alle drammatiche conseguenze umanitarie dell’uso di questi ordigni. </p>
<p>da <a href="http://www.campagnamine.org/" rel="nofollow">http://www.campagnamine.org/</a></p>
]]></content:encoded>
	</item>
</channel>
</rss>
