LA REGINA DI TUTTE LE ZUPPE (by CAIROLI )
Continua la mia avventura con ‘Brescia Oggi’ e da settimana prossima con ‘L’arena’ di Verona.
Voglio solo ringraziare il mio magnifico capo-redattore col quale ingaggio furibondi e comici bracci di ferro.Gli chiedo quattro cartelle, lui mi risponde no. Tre e mezza, allora. No. Così provo a persuaderlo con lo shit detector di Hemingway, con la sua teoria dell’iceberg e alla fine mi scrive :
"Tra shit detector, hemingwayana teoria dell’iceberg e director’s cut mi tiri scemo e alla fine mi vanno bene anche le tue "tre cartelle e mezza" che evidentemente si chiamano così solo per convenzione (istituiremo una nuova unità di misura "la cartella di Cairoli"…).
Buona lettura a tutti.
La sera in cui l’Italia vinse il mondiale, compresi, finalmente, perché Gavardo mi intrigava tanto. Nel momento esatto in cui la festa raggiunse il culmine, con quel carosello di macchine che non finiva mai, coi clacson che squarciavano la notte, e le urla di gioia che rimbalzavano da un capo all’altro del paese, di colpo, vidi tutte le finestre del centro storico spalancarsi.
Come la polena di una nave, una nigeriana si sporse da una terrazza sbandierando un enorme tricolore. Da un’altra, un ucraino cercò di incendiare le micce dei suoi petardi, ma con tutta la birra che c’era finita sopra, le micce lo mandarono malinconicamente in bianco. Dal balconcino di una fatiscente palazzina, con la ringhiera arrugginita e gli scuri così malmessi da sembrare scampati ad un incendio, una signora marocchina riprendeva tutto con una videocamera, mentre, dietro di lei, il marito saltellava come un ossesso ripetendo all’infinito la stessa frase "Siamo campioni del mondo!".
Per le strade c’erano anche degli italiani, ma nel contesto apparivano come un qualcosa di spurio, di incongruo, di dissonante. Non così la torcida africana che si era formata davanti ai bar di piazza Zanardelli, che ballò per ore, senza mai dare segni di stanchezza, sventolando striscioni, percuotendo tamburi ; una biologia esuberante, bellissima, sudata.
Nelle settimane trascorse a Gavardo ho imparato che il paese è una torta etnica : da qualunque parte la tagli, gronda glassa africana, canditi pakistani, uva passa del Magreb, amaretti cinesi, pinoli rumeni, scaglie di cioccolata albanese. Ma che tutto il centro storico fosse abitato da extracomunitari lo compresi solo quella sera. Se non è l’unico caso in Italia, poco ci manca.
La mattina successiva piazza Zanardelli sembrava Nagasaki qualche ora dopo l’esplosione di ‘Fat Man’. Prendo il mio taccuino e inizio a fare un censimento dei suoi negozi. Tre phone-center che quasi si respirano addosso, roba da far impallidire piazza Vittorio e tutto l’Esquilino romano, due di questi di proprietà di un pakistano di Rawalpindi. Qualche metro più avanti, dove cominciano i portici, c’è la macelleria islamica ‘Al Nour‘ che oltre alla carne, vende teiere cromate ‘made in Korea’, confezioni di cus-cus da cinque chili e vassoi in plastica fabbricati al Cairo, su cui sono effigiate le città sante dell’Islam. A fianco della macelleria c’è un China Market con due commesse gentili come due poliziotte di Pechino che tra zaffate di pesce essiccato e resine indiane, cercano di rifilarti crackers al mango e quadretti psichedelici di Padre Pio, in cui il Santo luccica a intermittenza come un’attrazione da luna-park. Continuando sullo stesso lato della strada, mi imbatto nel ‘Punjab-United’ di Nadeem, un Doner Kebab di un altro pakistano ( sono solo quattro le famiglie pakistane a Gavardo, ma tutte voracemente dedite commercio). Di fronte al locale di Nadeem, c’è la ‘Mariam Boutique’ - con le vetrofanie della Western Union appiccicate ovunque -in cui una signora ivoriana vende parrucche, bigiotteria e perle scaramazze. Continuando sul lato di Nadeem, quasi attigui, un chop-bar ghanese e un afro-market, anche questo gestito da un ghanese. Delle comunità africane insediatesi a Gavardo, quella ghanese è la più numerosa dopo quella del Burkina-Faso.
Ma chi sono questi ghanesi ? Africani anomali, innanzitutto. Se si convertono alla religione cristiana diventano subito i più cristiani di tutto il Continente. Se costruiscono una diga, come successe col bacino del Volta, diventa il più grande serbatoio di acqua del mondo. Quando, al grido di ‘L’indipendenza adesso!’, un’onda di ribellione scosse l’Africa coloniale, secondo voi, quale fu il primo stato africano che ottenne l’indipendenza ? Il Ghana, naturalmente. Fu ancora in Ghana che gli europei costruirono la prima fortezza in Africa : i portoghesi, per l’esattezza, ad Elmina, nel 1482, ma i ghanesi ne parlano malvolentieri perché la triste saga degli schiavi che partivano per le Americhe ebbe origine proprio da lì.
Solo un italiano su ottantatre sa indicarti con esattezza la sua ubicazione sulla carta geografica. Poco più grande della Romania, il Ghana è un paese immensamente ricco. Oro, cacao, bauxite, manganese, legnami pregiati, diamanti, gas naturali ; all’inizio degli anni sessanta aveva lo stesso reddito pro capite della Corea del Sud, oggi viaggia a un reddito annuo inferiore a 400 dollari che fa del Ghana uno dei paesi più poveri del mondo. I ghanesi sono anomali anche nel loro percorso migratorio, diverso da quello di tutti gli altri africani. Poco tagliati per il commercio, preferiscono lavorare nella media e piccola industria ; prediligono alle grandi città, le città di provincia e i paesi come Gavardo, e nella loro comunità la presenza femminile è molto elevata – quasi il quaranta per cento - e non solo donne coniugate, giunte in Italia per ricongiungersi ai mariti, ma anche donne non sposate impiegate nel lavoro domestico e nei lavori stagionali.
Entro nel chop-bar ghanese- l’equivalente di una nostra tavola calda- il ‘Reedimer’s Food&Pizza’. Lo ha appena aperto una simpatica coppia di Accra, Charles e Regina Eghan. Per la pizza bisognerà aspettare che gli Eghan trovino un pizzaiolo bravo e di miti pretese. Intanto il forno è lì, con quell’aria da attore disoccupato. E anche i cartoni per l’asporto della pizza, a centinaia, impilati uno sull’altro. Su un banco-frigo della Coca-Cola, un televisore trasmette video musicali. Appesi alle pareti, invece, due gagliardetti bianchi sui quali Regina con un pennarello nero ha trascritto dal libro dei Profeti, Isaia 60:16 ( Tu succhierai il latte delle genti/succhierai alle mammelle regali/e riconoscerai ch’io sono il Signore, tuo salvatore/il tuo Redentore, il Forte di Giacobbe). “ E’ da questi versi che ho avuto l’idea di chiamare il mio chop-bar Redentore “. Regina è una donna dal sorriso disarmante, con mille progetti che le turbinano in testa e una fede incrollabile nel Signore. Tanto che prima di cominciare l’intervista mi invita a pregare con lei e suo marito. “ Dio dammi la saggezza per rispondere correttamente alle domande di questo signore e a lui dona la lucidità per comprendere tutto quello che gli racconteremo senza che ne alteri il senso “. Ecco la loro storia. Charles venne in Italia nel dicembre del 1986. " Allora quasi tutti i miei connazionali emigravano in Germania. Ma io incontrai dei marinai al porto di Accra. Parlavano di Napoli come fosse l’America. Tutto il lavoro del mondo e nessuno che ti controllava i documenti. Così abbandonai il mio lavoro di venditore di scarpe e mi imbarcai per Trapani". Il viaggio da clandestino dura circa un mese. Una volta a Trapani, un amico lo accompagna a Castel Volturno, ma l’America sognata si rivela idilliaca come un occhio pesto. Fame, fatica, caporalato e camorra. Nell’87 Charles ottiene il permesso di soggiorno, nell’88, sale a Brescia, e, nel frattempo, sposa Regina per corrispondenza. A Brescia va un pochino meglio. Nemmeno qui è America, ma trova un posto in fonderia e datori di lavoro solidali. Nel dicembre del ‘90 arriva Regina. " Ero incinta della prima figlia ed era quasi Natale. Tutte quelle luci, nessuno che parlava inglese, un freddo polare. In un bar vidi un signore che mangiava delle tartine al gorgonzola. Diedi una gomitata a Charles. ‘Mammamia!questi europei si mangiano anche la muffa!". Mentre Charles è in fonderia, Regina si arrangia come parrucchiera a domicilio e stira calze per un calzificio. In sedici anni, partorirà cinque figli e lavorerà di tutto. Lavapiatti, operaia in una fabbrica di filtri per caldaie, badante, domestica, donna delle pulizie in una ditta di mattonelle. " Ma avevo un sogno. Mia madre ad Accra gestiva un chop-bar e mio padre, che era stato cameriere nei migliori hotel, le dava una mano. Era così brava che per mangiare il suo banku - un pane di grano fermentato - e il suo pesce fritto la gente si metteva in coda come per andare al cinema. Volevo aprirne uno anch’io, qui, a Gavardo. Ne ho parlato con Charles, poi Dio ha fatto il resto. Uscendo da messa ho incontrato un pakistano che vendeva la sua pizzeria. Abbiamo chiesto un prestito in banca ed eccoci qui. Peccato che il pakistano si sia portato via l’impastatrice, lo spiedo del kebab, un bellissimo piano di lavoro, e un sacco di altre cose". Regina apre tutti i giorni alle dodici in punto.
Si alza alle quattro del mattino, alle cinque comincia a pulire nella ditta di piastrelle, alle undici stacca, sale sulla corriera che la porta quasi davanti al ‘Reedimer’s Food&Pizza’. L’ingresso del locale è piccolo, strozzato, niente tavoli per mangiare ; quasi la vendetta di un architetto sadico. Chi si ferma a mangiare al Redentore scoprirà presto che i ripiani sono troppo alti e gli sgabelli troppo bassi. Paradossalmente, invece, la cucina è così grande che ci si potrebbe parcheggiare una Range Rover. Quasi un salotto, dove i figli studiano, giocano e Regina riceve i suoi amici. Pulita, ordinata, uno specchio. I fuochi troneggiano su un piano molto alto, così che per cucinare deve salire e scendere in continuazione da un gradino ricavato da una cassetta di legno. Nell’angolo sinistro, impilato con ordine, tutto il necessaire per la sua cucina : oli d’oliva e di palme, spezie, dadi per brodo al sapore di gamberi. Regina mi viene incontro con un simpatico cappello da cuoco che le calza il capo come un vaporoso soufflè. “ Oggi cucino un jollof rice - un riso con manzo e verdure- e una zuppa a base di frutti di palma, la abenzwan “. I frutti della palma - mi spiega Regina- hanno un nocciolo duro e una polpa morbida e oleosa. Dai frutti si ricava un denso olio di colore rosso, che ricorda molto il gazpacho. Dai noccioli si ricava una sostanza burrosa nota come olio di palmisto, miracolosa nella cura delle otiti. Se spargi dei frutti di palma intorno a un carbone ardente e ci capovolgi sopra una caraffa, aromatizzerai le sue pareti per giorni e l’acqua che verserai da quelle caraffe avrà un sapore delizioso. La parte esterna dei frutti viene ridotta in purea, inscatolata e usata in cucina, mentre con la parte interna si ottiene la gunpowder. "Polvere da sparo ?" – straluno gli occhi incredulo, forse ho capito male. " No, è proprio così. La palma è il maiale dell’Africa – ammicca Regina - Non si butta via niente della palma". Da cuoca sopraffina quale è, infilza quattro spicchi d’aglio in uno stuzzicadenti “ Da noi c’è un detto. Tu sei quello che mangi “. Ha citato Feuerbach (“der Mensch ist was er isst” ) facendolo passare per un vecchio adagio ghanese, che cosa buffa, poi mi sussurra che il presidente Kufuor vorrebbe incrementare la produzione dell’olio di palma " E’ convinto che quando i bianchi lo proveranno, ci darà più soldi che l’oro e il cacao messi assieme “ . Le chiedo che razza di presidente è Kufuor. Un dittatore ? " No, è un uomo onesto. Non come Jerry Rawlings che tutto l’oro che rubava lo spediva in Svizzera". E’ anche molto democratico " se non condividi le sue leggi, puoi contestargliele “ E come ? “ Via internet o alla radio. Le radio ghanesi, adesso, funzionano da filo diretto col presidente ". E se qualcuno esagera ?- provoco malizioso. “ Gli levano il microfono “. Regina riesce contemporaneamente a grattugiare zenzero nella zuppa, a pulire il pesce, a rimproverare uno dei figli che ha iniziato a mangiare senza pregare, ad apparecchiare per tre connazionali che pranzano in cucina con kenke - una polenta fermentata avvolta in foglie di mais, dall’odore acido – e sgombro fritto. La zuppa, quasi pronta, effonde lampi di piacere che mi straziano lo stomaco ; inganno l’attesa con l’ennesima domanda. ‘Perché i tuoi figli non si chiamano mai per nome ? ‘. " Ogni ghanese ha due nomi. Quello che gli dà suo padre e quello del giorno in cui è nato. A scuola ci chiamano col nostro nome di battesimo, ma una volta a casa, diventiamo Lunedì o Domenica ". E se ti nascono due figli nello stesso giorno ? " Facile. Uno lo chiamo Domenica Junior e l’altro Domenica Senior!" Dopo circa tre ore di paziente sobbollitura, la zuppa è pronta e si consegna al palato piacevolmente vellutata . Ha un colore autunnale, un colore di tabacco e di selvaggina. Regina mi osserva ansiosa col cappello da cuoco che, nel frattempo, le è smottato un po’ sulla fronte: ora non mi ricorda più un vaporoso soufflè, ma la pennichella di un gabbiano bretone. Affondo il mio cucchiaio in quel gustoso autunno. I vapori mi carezzano le guance, il profumo mi strega l’olfatto. Divina. Assolutamente divina. La giornata con Regina è terminata, ma prima del commiato, ho un’ultima domanda. “Perché su tutte le tue pentole hai scritto con un pennello rosso ‘Come to Jesus’ ? C’è anche qui lo zampino del Redentore ? “ Regina mi sorride “ Sai, quando cuciniamo per la Chiesa, le nostre pentole si mischiano e poi non si ritrovano più. Da quando ci ho scritto sopra tutti sanno che sono le mie e tornano…tornano da Gesù, tornano a casa mia ". Esco dal ‘Reedimer’s Food&Pizza’. Il cielo è quasi stellato. Le stelle. C’è luce in casa di Dio. Ripenso ai versetti di Isaia. 60: 16 . Quasi, quasi, domani li gioco al lotto…


