Lancillotto e il mestolo d’oro

il blog di Adriano Liloni & friends

16 November 2006

TONINO GUERRA SECONDO ME e SECONDO IGLES CORELLI ( by Cairoli)

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Grazie a uno spot di un ipermercato e alla domanda-tormentone ‘Ma come si fa a non essere ottimisti? ’ il poeta-sceneggiatore Tonino Guerra è diventato nel giro di pochi giorni un volto notissimo in tivù. Quello che in quarantanni di cinema spesi dietro a Fellini, De Sica, Antonioni, Germi, Tarkovskij e Angelopoulos, non gli era mai riuscito.
Oggi persino i bimbi lo fermano per strada per chiedergli un autografo. Ma aldilà del suo ‘ottimismo’ e di una serie di spot di mediocre fattura, cosa sanno di lui i bimbi e i genitori di questi bimbi ?

Tonino Guerra nasce a Sant’Arcangelo di Romagna, mentre la madre analfabeta
bada alla casa e il babbo si guadagna il pane pescando e friggendo il pesce.
Ci sono solo dieci chilometri tra il paese di Guerra e la Rimini di Fellini.
Da bambino cacciava lucertole senza sosta, ma oggi se ne pente. Studia a
Forlimpopoli e a Urbino. E’ lui che insegna a scrivere a sua madre. Quando
al tempo del fronte, viene sfollato con la famiglia in una casupola sulla
sponda del fiume Uso, trova nell’astuccio di cartone degli occhiali da vista
della madre, il suo testamento:

Lasio tutti i miei beni a mio marito da fare tutto quello che vole.
Carabini Penelope.

Viene deportato in Germania. In prigione comincia a scrivere delle poesie in
dialetto per tenere compagnia a dei contadini romagnoli che erano con lui
nel campo di concentramento di Troisdorf. Fa ritorno a Santarcangelo una
mattina d’agosto del 1945. Credevano che fosse morto. Per non spaventare suo
padre e  sua madre, Guerra impiega un giorno a percorrere il chilometro di
strada che c’è tra la stazione e casa sua di allora. Seduto sulla sponda di
un fosso manda qualcuno a casa ad avvertire che ci sono in Altitalia ancora
dei prigionieri che tornano. Nel pomeriggio decide di farsi vivo. Suo padre
lo aspetta sulla porta di casa. «Non ci eravamo mai dati né baci né strette
di mano; appena dei segni. Mi fermo a quattro metri da lui per non metterlo
in imbarazzo. Il babbo mi guarda a lungo stringendo il mezzo toscano in
bocca, poi toglie il sigaro spento e mi chiede: - Hai mangiato? - Moltissimo
- rispondo. Lui se ne va indaffarato verso il paese, senza girarsi neanche
più indietro. Quando più tardi, circondato da parenti e paesani, siedo nella
camera che chiamavamo "la saletta", arriva un uomo con una piccola valigia
in mano. - Cerca qualcuno? - gli chiedo. -Sono il barbiere. Suo padre mi ha
detto che devo fargli la barba. Mi tocco il viso e mi accorgo di avere la
faccia con la barba di due giorni».

L’orrore della prigionia rivive nella sua poesia più bella, quasi un sms, ma
così forte, così intensa, così memorabile che fa capire più cose sui lager
tedeschi che mezzo secolo di cinema e di letteratura.
La poesia è La farfàla
tratta dalla raccolta Il polverone pubblicata da Bompiani nel 1978:

Cuntént própri cuntént
a sò stè una masa ad vólti tla vóita
mó piò di tótt quant ch’i m’a liberè
in Germania
ch’a m sò mèss a guardè una farfàla
sénza la vòia ad magnèla.

Contento proprio contento
sono stato molte volte nella vita
ma più di tutte quando mi hanno liberato
in Germania
che mi sono messo a guardare una farfalla
senza la voglia di mangiarla.

Dopo la prigionia fa il maestro elementare, ma per poco. Le sue poesie sono
farfalle che volano come aeroplani; lo rendono presto famoso. Approda a Roma
chiamato dal pittore Vespignani, amico intimo di Elio Petri. Scrive per
quest’ultimo L’assassino e Le ore contate. Scrive tutto l’Antonioni passato
alla storia,
Il caso Mattei per Rosi, La notte di San Lorenzo per i Taviani,
Matrimonio all’italiana per De Sica.
Bussano alla sua porta anche Angelopoulos, Tarkovskij, Bellocchio, De
Santis, Monicelli, Germi e Tornatore. Mastroianni ha una tale considerazione
di Guerra che per anni non accetterà un ruolo senza prima averlo consultato.

Fellini lo conosce da sempre, ma i due lavorano insieme per la prima volta
solo nel 1974. L’occasione? Amarcord.
Qui, Guerra è l’uomo giusto, al posto giusto, nel momento giusto. In
Amarcord il dialetto campeggia fin dal titolo e Guerra è la sponda che
consente a Fellini di rendere esplicita la materia dialettale. Fellini
capiva il dialetto ma non lo parlava. Gli risuonava dentro. Come dimostrano
i personaggi e le storie ripresi ne I Clowns, nelle prime diciotto scene di
Roma e ovviamente in Amarcord. Inoltre quando si tratta di attingere al
patrimonio dei ricordi, Guerra non è secondo a Fellini.

L’approccio fallito tra Titta e la tabaccaia

lo si ritrova in un episodio molto simile nel
secondo romanzo di Guerra Dopo i leoni (1956). All’origine di una delle
scene più amate del film, quella dello zio matto che non vuol scendere
dall’albero, c’è la poesia E’ gat sòura e’ barcòcal (Il gatto
sull’albicocca). E la discussione che anima i genitori di Titta? quella
sull’esistenza di Dio partendo dalla perfezione dell’uovo? Tutta farina di
Guerra, anche questa ispirata da una poesia Dabòn Santin? (Sul serio,
Santino). Per questo motivo, Pier Paolo Pasolini, quando il film uscì,
suggerì di modificare il titolo: non più Amarcord  bensì Asarcurdem  (Noi ci
ricordiamo)  perché i ricordi di Fellini si mescolavano con quelli del suo
sceneggiatore. Amarcord  vinse l’Oscar, il quarto per Fellini. Inaugurò
fuori concorso la ventisettesima edizione del Festival di Cannes, in una
serata di gala memorabile. L’indomani i giornali francesi definirono Fellini
parente di «Molière, Balzac, Daumier, Goya e Pagnol».
Guerra e Fellini non lavorarono nel successivo Casanova: si ritrovarono solo
nove anni più tardi a bordo di E la nave va e si congedarono l’uno
dall’altro con lo struggente tip-tap di Ginger e Fred.

Oggi Tonino predica l’ottimismo nei caroselli e ogni tanto lo si avvista alla Locanda delle Tamerici per la gioia del grande Corelli…

A proposito di Igles, questo è il suo racconto di  Tonino Guerra…

Ciao Lorenzo.
Ho letto con piacere la tua evocazione di Tonino Guerra. Pia si è ricordata di una lettera scritta a 2 mani, inviata a Gino Veronelli che, molti anni fa, chiedeva, credo a molti ristoratori, di descrivere un personaggio "VIP" a tavola. Non so se poi i pezzi furono pubblicati.
E’ un bel ritratto, secondo me, e avendolo scovato nel nostro archivio, copio-e-incollo, anche se vagamente OT …

Caro Gino,
Potrei raccontarti di personaggi importanti della politica italiana e internazionale, di qualche stella del cinema e della TV … Ti voglio raccontare invece di una persona che amo molto, di un poeta sognante e … sognifero (me lo concedi l’azzardo linguistico, tu, che ne sei maestro?), di un uomo che trasforma in arte tutto ciò che fa, anche un semplice racconto, a tavola, tra amici.
Lo conosci bene, è Tonino Guerra.
Mi affascina per la sua capacità di guardare il mondo con gli occhi del bambino che ha saputo conservare dentro di sé, unita alla pacata saggezza di un vecchio che vive immerso nella vita.
Ho cucinato per lui nel mio ristorante e a casa sua, in occasione di alcune “sbicchierate” tra amici, per festeggiare compleanni, ricorrenze varie, nuove idee appena realizzate.
Come tutti i bambini, indipendentemente dall’età, è un tradizionalista, attratto però da ogni novità. Tonino ama ritrovare a tavola i sapori dell’infanzia, ad ogni boccone evoca contadini e azdore romagnole. I sapori sono quelli senza compromessi della sua terra, con la sfoglia all’uovo rigorosamente battuta con il matterello, con quei sughi laboriosi dalla lunga cottura, il profumo della legna che intride il cibo con i suoi aromi e soprattutto, la compagnia degli amici, che diventano parte integrante della … ricetta.
Tutto ciò che è nuovo lo affascina per quella componente creativa che lo costituisce, ma distingue tra la novità frutto della fantasia, e ciò che, nuovo per lui, fa parte della storia, della cultura e delle tradizioni di un popolo. Per questa ragione credo che apprezzi gli aspetti espressivi dei piatti di noi cuochi contemporanei e ami invece assaggiare i sapori, diversi, della cucina, per esempio, della sua amata Russia, terra d’origine della moglie, dove trascorre lunghi periodi. Ciò che cerca, in fondo, è il legame con la terra, che spesso manca nella raffinata cucina di oggi.
Credo che sia più interessato al rito della tavola che a quello che si consuma, anche perché mangia molto poco. Detesta i tavoli rotondi, forse perché gli ricordano quelli mai utilizzati del salotto buono delle case di una volta. Lui si sente a suo agio seduto ad un tavolo rettangolare, possibilmente di quelli pesanti di legno massello, con i cassetti e le gambe tornite. Sono i tavoli su cui durante il giorno si tira la sfoglia e che all’imbrunire si apparecchiano per la cena.
Per lui è importante la ritualità del mangiare. Una zuppa fumante non può essere servita d’estate, perché anche il più umile dei cibi è arricchito dalle emozioni che suscita. Per consumare una zuppa è necessario rientrare a casa, stanchi per il lavoro fisico e infreddoliti, varcare la soglia percependo subito il calore del focolare, quella luce calda che hai già pregustato dalla finestra della cucina, immaginando, ancora prima di entrare il profumo del cibo pronto per essere servito. Entrare, posando giacca sciarpa cappello guanti senza guardare dove, perché quello è il loro posto di sempre, lavarti le mani e sedere a tavola. Mai a capotavola, per Tonino. Meglio in compagnia. Sul tavolo il pane, i bicchieri semplici e il buon vino di Romagna, sincero per definizione, senza troppi arzigogoli. La zuppa calda subito, nelle scodelle spesse, rigorosamente mescolata con la conversazione e i racconti.
Il suo ricettario ideale è fatto di tagliatelle con il ragù, di poca carne alla griglia, qualche buon salume ogni tanto, accompagnato da una piadina appena cucinata, di zuppa inglese, di ciambella con la cagnina, di sangiovese.

Ciao
Igles

Lorenzo Cairoli

4 Commenti a “TONINO GUERRA SECONDO ME e SECONDO IGLES CORELLI ( by Cairoli)”

  1. …………perche’ scriet s’cé,,,, bastard?
    sei come il pane profumato di lievito appena uscito dal forno..che invoglia a mangiarlo… ma scotta!…..
    certe volte i tuoi scritti fan quasi male…..
    adriano il valligiano

  2. ’sti insulti, Cairoli, come li puoi supportare?

    Fuggheddabadit!

  3. Terry è il mio editore.
    E l’uomo perdona solo a coloro a cui gli conviene perdonare.
    Un abbraccio.

  4. Cairoli mio, sei davvero un santo.

    Eh eh eh…

    il Vecchiaccio

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