SE TI DO MILLE DOLLARI, POSSO PROVARE AD AMMAZZARTI ?(by CAIROLI )
Nel 1988 uno sciopero selvaggio mise in ginocchio i networks televisivi e il cinema americano. Scioperarono gli autori ; lo fecero in modo compatto, lo fecero per mesi. Per Hollywood fu peggio dell’uragano Katrina, mentre i televisivi diedero fondo a tutte le scorte per riempire i palinsesti.
Uno sciopero in America non è come da noi un sasso gettato in uno stagno. E’ ira canalizzata con sorprendente razionalità. Gli studios erano deserti. Figuranti, stelline, segretarie di agenti, stunt-man depressi si pagavano la pigione sudando nei ristoranti di Westwood. A me, ad esempio, in un greco di Melrose capitò di vedermi servita una moussaka dal pistolero più carogna de ‘ Lo Straniero senza nome".
Al room-service del Bonaventure Hotel lavorava uno dei secondini di Papillon e una delle vittime del primo Squalo, mentre il pistolero albino del ‘L’uomo dai sette capestri" era in prova come barman al Chateau Marmont.
Tutto molto funny. In verità, una tragedia. Sentite cosa mi successe…
A Los Angeles stampavano un giornalino che credo si chiamasse ‘Oggi in città’ nel quale si intervistavano le celebrità di passaggio. Circolava in quasi tutti gli hotel e in molti altri posti (lo davano in omaggio come i quotidiani che ti offrono all’ingresso della metropolitana).
In quel 1988 oltre gli autori, temo scioperarono anche le celebrità di passaggio, perché un mattino una giornalista di ‘Oggi in città’ mi telefonò in hotel per intervistarmi. Per un attimo, pensai ad un errore, ma quando mi resi conto che volevano veramente me, mi infilai subito nella doccia, divertito.
Un’ora dopo strinsi la mano a un fotografo slavo, alto, dinoccolato, e a una ragazza cino-americana con un bel basco che mi promise che ‘massimo in un quarto d’ora avrebbe fatto tutto’.
Quel basco le conferiva un’aria deliziosa. Le dissi, scherzando, che quel basco la rendeva più seducente del Che. Lei serissima, mi rispose :
"Guardi che non l’hanno mica inventato i cubani, il basco… pensi a Picasso, ad esempio". Pensai, invece, che a dispetto degli occhi a mandorla, la mia intervistatrice aveva un cuore tutto a stelle e striscie e un’idea dei cubani non diversa da quella che Van Helsing aveva dei vampiri.
Ci sedemmo nella sala da brunch del Marquis, io ordinai un succo di pomodoro, lei una root-beer, mentre il fotografo si allontanò da noi e iniziò a scattare foto ai grandi crostacei che troneggiavano sul buffet.
La ragazza restò tutta l’intervista col basco in testa. Chiese il permesso di usare un piccolo registratore e per segnalarmi quando voleva intervenire usava gli occhi, che strizzava all’improvviso come in preda a un tic. All’inizio la cosa mi fece senso, ma alla lunga lo trovai un espediente efficacissimo.
Parlammo dello show appena registrato, della mia piacevole intesa con Dick Clark - che poco prima di partire mi aveva fatto trovare in albergo una lettera di apprezzamenti che ancora conservo.
Mi chiese dei miei programmi futuri e chissà perché le accennai a una storia che avevo in testa da molti anni.
Si intitolava ‘Il Lolita’; nessun riferimento a Nabakov o a Kubrick bensì una storia tutta italiana, una favola nera, crudele e agghiacciante, ambientata nel nord, a cavallo tra Milano, Gallarate e Lugano. Era la storia di un tassista abusivo che gioca a poker coi colleghi in una vineria dei Navigli. Poco più di un passatempo, finché un giorno non viene coinvolto in un giro grosso: direttori di banca, industriali, politici e finanzieri. Il Lolita, questo è il soprannome del protagonista, perde una cifra colossale, una cifra che non potrebbe mai pagare neppure vendendo il taxi. I suoi creditori impassibili, come se avessero previsto tutto, gli fanno una proposta. Da anni sono a caccia di emozioni forti, ma il Destino regala loro solo altri nipoti, cedimenti perimascellari e noie alla cistifellea. Vogliono vivere l’emozione di una caccia all’uomo e gli chiedono di diventare la loro vittima . Lo cacceranno per mezz’ora nel grande parco della villa; se trascorso il tempo sarà ancora vivo, oltre ad avere estinto il suo debito riceverà un lauto compenso, in caso contrario gli organizzeranno un funerale coi fiocchi. Il lolita chiaramente rifiuta. Reagisce, li insulta, viene quasi alle mani, ma alla fine si trova spalle al muro. E non gli resta che accettare la proposta.
Uscirà vivo da quell’incubo, ma la sua vita non sarà più la stessa. Inizia così la seconda parte della storia, quella in cui il Lolita decide di diventare una vittima di professione, una via crucis dolente che lo porterà a sfidare la sorte nei parchi di tante ville del nord, braccato ogni volta da professionisti sovrappeso e impazziti, nascosto in un costume grottesco, ora da gallo, ora da orso, mentre le mogli dei cacciatori, raccolte intorno al buffet, seguono eccitate l’evolversi della caccia coi loro binocolini da teatro.
La storia per sommi capi è questa, nel suo delirio, nel suo voler essere favola nera. In molti ci hanno perso la testa, da Giancarlo Giannini a Carlo Carlei ad Abel Ferrara; Walter Chiari voleva assolutamente interpretare il Temolo, il tassista che accompagnava il Lolita a morire, me lo chiese fino all’ultimo, me lo chiese ancora qualche giorno prima che a morire fosse lui; il grande Cristopher Walken a Perugia mi confidò che sarebbe stato onorato di recitare a fianco di Giannini la parte dell’Ingegnere.
Nikita Mikhalkov ascoltò Giannini raccontare la storia seduto tra lo sceneggiatore De Concini e il vicepresidente della Warner, Ted Solomon, senza dire una parola. Alla fine, venne da me e mi strinse la mano, ammirato.
Di questa storia parlai con la giornalista col basco fino a che non cacciò un urlo.
Il suo fotografo le era comparso alle spalle all’improvviso; con due enormi chele di granchio che aveva preso a prestito dal buffet giocava a imitare Freddy Kruger facendole scivolare lentamente e un po’ sadicamente sul suo bel collo…
Dell’intervista si parlò, anche perché girava voce, e non era una leggenda metropolitana, che in molti stati del sud, California compresa, venissero realmente organizzate delle cacce all’uomo.
Le vittime le reclutavano tra i ‘chicanos’, gli immigrati clandestini che arrivavano ogni giorno dal vicino Messico o da stati centroamericani come l’Honduras, il Nicaragua, il Salvador. Nessuno di loro aveva documenti, per la legge non esistevano, erano solo fantasmi che si aggiravano illegalmente sul suolo americano.
I cacciatori, a differenza di quanto avveniva nella mia storia, fingevano di organizzare una caccia con delle regole e un limite di tempo. Fingevano persino una ricompensa, se la vittima fosse sopravvissuta. Le cifre in palio non erano mai esorbitanti; i cacciatori improvvisavano una colletta poco prima della caccia in cui raramente si oltrepassava il tetto dei 1000 dollari, ma i ‘chicanos’ erano così disperati che accettavano; non avevano una casa, non avevano un lavoro, vivevano nell’incubo perenne di essere scoperti e ricacciati indietro.
Quando il tempo stabilito finiva, i cacciatori non si fermavano. Solo allora la vittima si rendeva conto di essere caduta in una trappola mortale. I cacciatori continuavano ad oltranza fino a che i loro cani non stanavano la preda. A quel punto si scatenava un inferno di piombo; i cacciatori si accanivano sulla vittima per poi abbandonarla, crivellata di colpi, a marcire nelle acque putride delle paludi.
A volte la polizia ritrovava i loro corpi, ma erano corpi di fantasmi, senza identità, che nessuno reclamava e la cosa finiva lì.
Intanto a New York era scoppiato un casino.
Il telefono in camera mia squillava senza sosta, specie nel cuore della notte. Il regista in preda al panico mi implorava di raggiungerlo al più presto. Bob Seligman era impazzito.
Ancora oggi ignoro i retroscena di quella squallidissima storia, seppi solo che il piccolo Bob aveva rotto coi coproduttori italiani e così per ritorsione anziché tormentarsi il naso, tormentava il regista con atti di terrorismo; nel pomeriggio gli era piombato in moviola con un poliziotto minacciando di sequestrare tutto il materiale girato. E per poco non c’era riuscito.
Mi resi conto che il mio idillio con Los Angeles era terminato. Chiesi alla direzione di prepararmi il conto e di prenotarmi subito un volo per New York. Ce ne erano solo passando per Denver.
‘Meglio’ risposi io, avrei visto Denver, anche se solo dall’alto di un aereo.
Mentre mi aggiravo inquieto per la hall con la testa già a New York e alle litigate roventi che avrei dovuto ingaggiare col mio piccolo inaffidabile cocainomane ebreo, notai una scena insolita al banco della conciergerie.
C’era una donna piccola, bruna di pelle, le gambe arcuate, un po’ corpulenta che con la hall del Westwood Marquis non aveva nulla a che spartire; sembrava una donna delle pulizie, ma non aveva la divisa; la vedevo implorare gli impiegati che cercavano in tutti i modi di scrollarsela di dosso, come si fa con un piccolo ragno molesto che ti è caduto dal soffitto sul bavero della giacca.
La donna però non si muoveva da lì. Intervenne un addetto della sicurezza, un gigante nero che cercò di accompagnarla all’uscita, arrivò quasi a sollevarla per le ascelle, ma lei si oppose, piantò i piedi per terra e strizzando gli occhi e digrignando i denti emise un sibilo assordante come fanno i tapiri dell’Amazzonia quando sono accerchiati dai predatori. Il gigante spiazzato, mollò subito la presa, accennò persino a indietreggiare, e lei in uno spagnolo fitto fitto urlò delle parole, in una delle quali mi parve di riconoscere il mio cognome. Trovai la cosa così strana che mi avvicinai a lei.
Appena mi vide il suo viso si illuminò come una torcia.
Si fece il segno della croce e mi venne incontro con una aspettativa che mi mise a disagio. Notai subito una scatola di latta, quadrata, che stringeva tra le mani. In Italia ne ricordavo una simile in cui ci mettevano dei deliziosi biscotti veneziani, i baicoli. Mi confidò che da molti giorni veniva in hotel per parlare con me. Chiesi conferma ai portieri. Loro ammisero che da quasi una settimana veniva sempre tutte le mattine, ma convinti di farmi una cortesia l’avevano sempre respinta.
"Perché?" chiesi loro.
Non seppero rispondermi. In quella loro testa asettica e bacata, quel piccolo corpo bruno e un po’ tarchiato rappresentava una ‘minaccia’. Eppure non c’erano pistole in quella scatola, né acido lisergico o funghi messicani, solo fotografie. Dunque? Dove era il problema?
Il gigante nero allargò le braccia, imbarazzato; con gli auricolari che gli dondolavano dalle orecchie, biascicò solo che era un immigrata clandestina, un ‘chicano’, e per lui tanto bastava per metterla alla porta.
Ero furente. La invitai a seguirmi fuori dall’hotel, perché se avessi sbollito la mia rabbia là dentro, avrei finito per attaccar briga con qualcuno.
Accompagnai la donna in un bistrot che aveva appena aperto. Due ragazze apparecchiavano i tavolini all’esterno; sfoggiavano graziose bretelle di tela coi colori della bandiera francese. Una di loro mi allungò un menù. Dissi che volevamo solo dell’acqua e starcene un po’ tranquilli a conversare. Tornò con una bottiglia di Perrier e due bicchieri tintinnanti di ghiaccio.
La donna si presentò come Marta Luisa. Veniva dal Nicaragua da un paesino dal nome impronunciabile alle porte di Chinandega, un paesino affacciato sul Pacifico e quasi confinante col vicino Honduras. La capivo benissimo perché il mio spagnolo l’ho imparato in strada e anche lei parlava lo spagnolo della strada. Adesso che era sicura che nessuno l’avrebbe cacciata via, parlava senza più ansia, trovò anche il tempo per bere riconoscente l’acqua che le avevo ordinato.
Marta Luisa mi raccontò di aver lasciato il Nicaragua il giorno in cui ‘le fecero sparire il marito’. Le dissero che era stato ucciso dalla polizia segreta di Somoza, ma lei non aveva mai creduto a questa storia. Cosa potesse temere Somoza e la sua polizia da un contadino analfabeta, con un braccio malato, che non distingueva la grandine dalla politica era un mistero…
Mise da parte il denaro per cercare di raggiungere Los Angeles con la figlia Elpidia; fu un calvario, ma ce la fece. In seguito la raggiunsero i cinque figli maschi, prima Alvaro, poi Ramiro, quindi Octavio, Javier e per ultimo Agustìn.
Cominciai a chiedermi cosa c’entrassi io con tutto questo. Perché mano a mano che Marta Luisa prendeva confidenza con la storia, diventava sempre più loquace: mi ragguagliava su tutto, sui suoi tre anni a Los Angeles vissuti sempre da clandestina, in cui aveva cambiato più di trenta posti di lavoro. Mi costò molta fatica ricordarle che in serata avrei dovuto imbarcarmi per New York. Se aveva qualcosa da dirmi, quello era il momento.
Lei annuì. Si scusò. Prese la scatola di latta e l’aprì sotto ai miei occhi. C’erano centinaia di foto, a colori, in bianco e nero, molte formato polaroid… erano le foto dei suoi figli. Sembravano tutti e sei gemelli, tutti e sei con gli occhi scuri, tutti e sei compresa Elpidia con ciocche ribelli che orlavano le fronti. Si intuiva che tutti erano di taglia minuta, come la madre, piccoli perché i Maya di alto hanno lasciato al mondo solo le piramidi, i visi sottili, le guance scavate, e in tutti una fierezza dolente. Questo particolare mi colpì all’istante. Non c’era gioia in quelle foto. Non c’era il barlume di un sorriso.
La donna stavolta ci mise pochissimo a venire al dunque.
Prese la foto del maggiore, e mi disse che ‘… non avrebbe mai immaginato che si facessero anche da noi in Italia’.
Non capivo che volesse dire, mi sfuggiva il nesso.
"Le cacce - precisò - pensavo si facessero solo qui da noi. Avevo un’altra idea dell’Italia…"
Finalmente mi fu tutto chiaro, capii che si stava riferendo all’intervista, perciò mi affrettai a spiegarle che si trattava di un soggetto che avevo scritto e siccome non mi sembrò capire il significato della parola ‘soggetto’, aggiunsi che era un’opera di fantasia, una storia che mi ero inventato di sana pianta. Nessuno sparava a nessuno, da noi in Italia. Almeno, non con quelle modalità.
Fu come parlare al vento.
Mi mise davanti la foto di Alvaro.
"Lui era il migliore" sentenziò; ma a quanto pare gli era mancata la ‘buena suerte’. "Correva veloce e credeva in Dio. Poteva anche correre a piedi nudi sul vetro in frantumi…"
Poi prese la foto di Ramiro e cominciò a raccontarmi di lui, del ‘puma’ come lo chiamava, e pian piano, con crescente orrore, cominciai a capire. Cominciai a capire il significato di quella scatola, di tutte quelle foto, di quel nostro incredibile incontro. Il cielo di colpo si era fatto di cenere, la brezza aveva lasciato campo a un vento insidioso che faceva fremere gli alberi e le palme.
Le ragazze del bistrot per un attimo si fermarono chiedendosi se era il caso di continuare ad apparecchiare i tavolini.
Sembrava il preludio di un uragano.
Non pensai al volo imminente, guardavo Marta Luisa. A parte Elpidia che se ne era andata con un pellerossa poco di buono e della quale non aveva notizie da più di un anno, tutti i suoi figli erano stati intrappolati in queste cacce, e forti o puma, veloci o scaltri, glieli avevano ammazzati uno dopo l’altro.
La scatola di latta era la sua tomba di famiglia, perché a parte il corpo di Ramiro, sfigurato dai proiettili e dall’avanzato stato di decomposizione, gli altri corpi non glieli avevano mai restituiti.
Non ricordo come nacque l’idea di scrivere il Lolita, può essere che un giorno sia passato davanti a una tivù accesa, forse parlavano di queste cacce in California, in Florida, in Louisiana, forse fui colpito da un’intervista a un chicano o a un poliziotto di frontiera, o forse non andò così, forse qualcuno mi parlò del Conte Zaroff o della ‘Decima vittima’ di Sheckley, ma comunque fosse andata, io adesso ero lì, estate del ‘88, seduto in un bistrot di Westwood con la signora Marta Luisa e fingiamo che il cognome me lo sia dimenticato, da Chinandega che non mi raccontava un soggetto di un film, ma della vita e della morte dei suoi cinque figli maschi.
Intanto sulla soglia del bistrot si era affacciato il titolare e brontolando per la minaccia della pioggia, ordinò alle ragazze di sparecchiare ogni cosa, perché di lì a poco avrebbe cominciato a diluviare.
"Salvate le tovaglie" urlò. Erano di carta come i tovaglioli e tricolori come le bretelle.
Guardai Marta Luisa. Avrei voluto dirle milioni di cose, ma ci sono momenti nella vita in cui i pensieri non si incastrano con le parole, dentro sei pensiero in fermento, ma dalla bocca non esce nulla.
Marta Luisa tirò fuori dalla tasca un’altra foto. Un altro muso da coniglio, un altro figlio dagli occhi neri e la fronte orlata da ciocche nere. Ma stavolta sorridente. Avrà avuto al massimo diciassette anni.
Dissi solo, con un brivido
"Non avrà intenzione anche lui di…"
Lei mi fermò. Con un sorriso consapevole…
"Si chiama Chac, come il Dio Maya della pioggia - che tempismo pensai io, con quell’acquazzone che maturava in cielo - Lui non è come tutti gli altri - scosse il capo, e Dio sa se ci credeva - Lui è diverso… Lui non me lo ammazzeranno…"
Avrei voluto dirle tante cose, ma stentai persino a trovare le parole per salutarla.
Avrei potuto raccontare tutto alla polizia, ma non avevo tempo, l’aereo era quasi in partenza e Bob a New York andava disinnescato.
Mi sono sempre chiesto cosa sarebbe accaduto se fossi rimasto. Oggi più che mai sono convinto non sarebbe servito a nulla.
La polizia di Los Angeles è la stessa che a Watts ogni tanto si palesava su una macchina, indifferente e cieca a tutto quello che le avveniva intorno.
Se fossi andato in Polizia mi avrebbero ascoltato, questo è certo, dopodiché la mia storia sarebbe diventata un fascicolo, con tanto di numeri in codice, altra carta da seppellire in un archivio.
Nel frattempo, Marta Luisa avrebbe cambiato il trentunesimo lavoro, ma non avrebbe dissuaso Chac dal tenersi alla larga dalle cacce, e nella scatola di latta presto si sarebbe commemorato anche lui.
Anche se fossi rimasto, non sarebbe cambiato nulla. Ieri lo pensavo, oggi ne ho incrollabile certezza.
Perché il vero prodigio di Los Angeles non è né Hollywood, né Rodeo Drive, né il teatro cinese o le sue spiagge. E’ l’equilibrio precario su cui Los Angeles ogni mattina si sveglia; l’illusione che ogni giorno vende al mondo di essere la città degli angeli, mentre invece è solo una santabarbara che in ogni momento, anche adesso che sto terminando di scrivere, potrebbe regalare al mondo la più terrificante delle esplosioni .



grazie…..
Scritto da liloniadriano, il 27 Novembre, 2006 at 18:04