IL FINE PALATO DI BRUCE CHATWIN ( by Cairoli)
Conoscete un autore che scriva frasi bellissime ma corte come lui ?
Fateci caso. La prosa di Chatwin è una prosa fatta di periodi brevi. Quanto Chatwin scrive sembra un saltatore in lungo ; sempre attento a non staccare oltre la linea. I suoi periodi finiscono esattamente quando quella linea comincia ad alitare sulle sue parole.
“ Gli avvoltoi si lasciavano portare alla deriva nel cielo lattiginoso” 8.73 : questi rapaci che si smarriscono come aquiloni in questo cielo lattiginoso che dà un senso di spossatezza è un immagine folgorante.
“ Lo stridio metallico dei grilli faceva sembrare la temperatura ancora più calda “ 8.77 ; con l’animale meno tropicale di questa terra - il grillo- Chatwin mi ha catapultato ai Tropici, sento quello stridio rimbombarmi nella testa, ho voglia di bere un cocco acerbo, sento arsura sulle labbra e la camicia madida di sudore.
“ Foglie sfrangiate di banano pendevano mollemente nell’aria senza vento “ 8.90, un salto alla Beamon ; la spossatezza si tramuta in resa incondizionata ; è come camminare in un consommè : l’aria è senza vento, non si respira e queste foglie sfrangiate che pendono mollemente sono metafora di un’umanità che ho visto a Manaus o a Mombasa salire le scale di un bar con l’agilità di un palombaro, di un’umanità che trova un’amaca o una branda accanto a un ventilatore e da lì non si muove più, nemmeno se gli urli che è in atto un colpo di stato.
Ma chi era Chatwin ? E come funzionava il suo palato ?

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I libri di Bruce Chatwin sono come materassi da rivoltare, si consigliano ogni estate, perfetti sia per chi viaggia sia per chi ozia sotto un ombrellone.
A maggio escono dal letargo e ricompaiono in massa nelle vetrine dei librai.
‘Che ci faccio qui?’ è già alla quattordicesima edizione. ‘Anatomia dell’irrequietezza’ alla dodicesima, di ‘In Patagonia’ ho perso invece il conto.
A parte le oltre 400 pagine di ‘Che ci faccio qui?’ i libri di Chatwin non sono voluminosi, non danno l’idea di ‘tomi’, dunque non atterriscono il lettore occasionale. La prosa di Chatwin è agile ed essenziale come le sahariane che sovente indossava, usa con parsimonia le metafore, le sue descrizioni incantano per rigore ed esattezza soprattutto quando si tratta di colori: si pensi al racconto ‘Latte’ (da ‘Anatomia’), al caldo colore dorato della zucca, alle vesti di cotone indaco, al blu degli abiti che si stinge sulla pelle bruna, alla corteccia arancione o verde chiaro degli alberi, alle strade rosse di laterite, ai termitai inzaccherati di bianco dagli avvoltoi.
La sua prosa non ‘pesa’ mai , è come se ogni rigo di quello che scrive passasse ripetutamente al setaccio e nei libri finissero solo le parole veramente necessarie. "Vorrei dar da mangiare alle parole nel palmo della mano" sognava Jules Renard. Nel palmo della mano di Chatwin, le parole becchettano avidamente.
La sua acribia è divenuta oggetto di studio, la disinvoltura con cui mescola archeologia a cucina francese, porcellane di Dresda a geomanti cinesi, aneddoti di set cinematografici a ragazzi-lupo indiani, ammalia.
‘Anatomia dell’irrequietezza’, 214 pagine pubblicate da Adelphi (come tutti i suoi libri del resto), si apre con il delizioso ‘Ho sempre desiderato andare in Patagonia’, un pezzo autobiografico che mi ha ricordato per ritmo, ironia, ricordi graffianti quel bel film di John Boorman ‘Anni 40′.
Comincia così: "Bruce è un nome di cane in Inghilterra ed era anche il cognome dei nostri cugini scozzesi. L’etimologia di Chatwin è oscura, ma lo zio Robin, suonatore di fagotto, sosteneva che in anglosassone ‘chette-wynde’ voleva dire ’sentiero tortuoso’".
I suoi primi ricordi risalgono al 1942 e sono ricordi di mare. Aveva due anni. "Stavamo con la nonna in certe camere ammobiliate sul lungomare, a Filley, nello Yorkshire. Di là dal mare, mi dicevano, c’era la Germania. Mio padre era via, in mare, a combattere i tedeschi".
Chatwin cresce con la guerra. "Al crepuscolo la nonna tirava sulla finestra la tendina di oscuramento e si chinava su una bruna radio di bachelite ad ascoltare il notiziario della BBC. Una sera una voce di basso annunciò che avevamo ottenuto una grande vittoria. Per festeggiare la battaglia di El Alamein la mamma e la nonna ballarono per la stanza il saltarello scozzese, e io ballai con le calze di mia nonna".
La sua salute è spesso cagionevole. Si trasferiscono a Birminghan e lì, una mattina "mentre avevo il morbillo, mia madre salì le scale di corsa col giornale e annunciò giubilante che il Giappone si era arreso e papà sarebbe tornato a casa. Guardai la foto della nube a fungo e capii che era accaduta una cosa tremenda".
Bruce cresce. I suoi compagni di giochi sono un cammello di legno di nome Laura, che suo padre comprò in un bazar del Cairo, una conchiglia delle Indie Occidentali ribattezzata Mona, nella cui splendida bocca rosata tratteneva il brusìo del mare e ‘The Fisherman’s Saint’, un libro che narrava le gesta missionarie di Sir Wilfred Grenfell sulle gelide coste del Labrador.
Il suo primo lavoro risale al 1944. Portava i soldati americani a visitare la tomba di Shakespeare a Stratford-on-Avon. Per ogni giro, chiedeva tre pence.
In collegio aveva la mania degli atlanti, ma i suoi compagni non avevano una mania per lui: veniva regolarmente messo al bando per le storie incredibili che raccontava. A tredici anni andò da solo in Svezia. Nel dicembre del 1958 cominciò a lavorare come inserviente da Sotheby, casa d’aste di oggetti d’arte in Bond Street, con una paga di sei sterline a settimana. Annota che si erudì sulla ceramica cinese e la scultura africana e che provava un gusto particolare nel dire alle persone che i loro quadri erano falsi.
Lavorando per Sotheby scopre un meraviglioso Gauguin tahitiano in un fatiscente castello scozzese, ingaggia una memorabile conversazione con André Breton sulle slot-machines dei casinò di Reno, trascorre un pomeriggio nello studio di Georges Braque mentre lui dipinge un uccello in volo con un berretto bianco di tweed e una sciarpa di chiffon lilla. Passa le vacanze estive in Afghanistan, poi decide di inoltrarsi in Sudan. Attraversa a piedi e in cammello i monti del Mar Rosso, scopre inedite pitture rupestri insieme alla sua guida nomade, un valoroso hadendoa armato di spada che amava ungersi gli ispidi capelli col grasso fetido delle capre.
Chatwin senza saperlo è già entrato nel mito. E le generazioni future sogneranno sui resoconti dei suoi viaggi.

Chatwin da formidabile viaggiatore sapeva adattarsi a tutto e aveva imparato a mangiare di tutto.
A Loulou Falaise giurò d’aver mangiato un uovo cinese marcio che aveva mille anni. Era amico di Susan Sontag perché era la sola che accettasse di mangiare con lui a Chinatown un ‘hakka’: intestini fritti e unghie. Ma era anche un raffinato gourmet e un inguaribile francofilo. Se mai vi capitasse di leggere ‘Anatomia’, non perdetevi il racconto ‘Le attrattive della Francia’.
Nel deserto del Senegal gli americani hanno sostituito una vecchia miniera francese andata in malora con un moderno impianto di frantumazione. L’uomo che ha il compito non invidiabile di contentare i tecnici minerari francesi nel deserto e gli azionisti americani tenendo bassi i costi, è un maggiore dell’esercito inglese in pensione. Memorabile ed esilarante la scena in cui Chatwin accompagna il maggiore in mensa e lì assiste a un contenzioso tra il militare e un tecnico francese che si lamenta perché il suo camembert è troppo duro.
In ‘Che ci faccio qui?’ Chatwin racconta di un banchetto uzbeko offertogli a Mosca dall’eminente archeologo George Ortiz. L’unica portata consisteva in un agnello farcito di riso, albicocche e spezie.
Nel toccante ‘Lamento per l’Afghanistan’ ricorda invece con struggente nostalgia il pane rustico, caldo e amaro, il tè verde speziato col cardamomo, e l’uva che faceva raffreddare nella neve.
E qua e là si legge ancora dei bergamotti del Volga, del pollo con akassas degustato ad Accra, di due templi della ristorazione parigina come il Prunier e la Tour d’Argent.
Nel racconto ‘Un colpo di stato’ Chatwin è in Benin, si appresta a varcare il confine col vicinissimo Togo per andare a vedere una partita di calcio, ma proprio in quel mentre scoppia un colpo di stato e Chatwin, scambiato dai militari insorti per un mercenario, viene arrestato. Mentre annota che "No, non era questa la mia Africa, non questa fatta di pioggia e frutta marcia, non questa Africa fatta di sangue e massacri", mentre l’ira e la violenza dei suoi secondini si fa intollerabile, il caporale agita il suo fucile e tutti si preparano al peggio, irrealmente Chatwin non trova di meglio che concentrarsi sul muro, dove ogni frammento di pula gli riporta in mente qualche ricordo chiaro e specifico di cose da mangiare o da bere.
"Nella Svezia centrale c’era un lago, e in mezzo al lago un’isola sulla quale nidificavano i falchi pescatori. Il primo giorno della stagione dei gamberi vogammo fino alla capanna del pescatore e tornammo indietro portando a strascico, dentro la rete, circa centocinquanta gamberi. Quella sera i gamberi uscirono dalla cucina ed entrarono nel soggiorno, una montagna scarlatta coperta d’aneto. La luce del sole nordico rimbalzava dal lago dentro la stanza di un bianco abbagliante. Bevemmo un aktavit in bicchierini piccoli come ditali e concludemmo il pasto con una torta di lamponi. Sentivo ancora il sapore delle sardine alla griglia che avevamo mangiato sul quai di Douarnenez e rivedevo mio padre che dava una dimostrazione di come suo padre mangiava le sardine à la Mordecai: prendeva per la coda una sardina viva e la inghiottiva. Oppure le anguille filiformi che avevamo gustato a Madrid, fritte nell’olio con aglio e mezzo peperoncino rosso. Era un freddo mattino di primavera, e avevamo passato due ore al Prado, a contemplare i Velasquez, abbracciandoci tra noi perché era così bello essere vivi: avevamo disdetto le nostre prenotazioni per un aereo che era precipitato. O le aragoste comprate a Cape Split Harbour, nel Maine. Nella baracca sul molo, in una bacheca per gli avvisi, era affisso un biglietto in cui una vedova ringraziava gli amici del marito per le loro offerte e pregava, pregava il Signore che, quando dovevano alare le nasse, fossero ben legati alla barca…"
Curiosamente la situazione si ripete in ‘Utz’. Il protagonista, Kaspar Utz, ricco praghese di origine tedesca e leggendario collezionista di porcellane Meissen, racconta che "il giorno che la Gestapo lo aveva interrogato non era riuscito a concentrarsi sulle astrazioni della morte o della deportazione, ma solo sul ricordo di un eccezionale piatto di haricots verts che aveva mangiato in Provenza, in un ristorante su una strada bianca".
‘Utz’ supera a malapena le cento pagine. Più che un romanzo ha il respiro di un racconto lungo, ha per trama uno stelo, ma contiene alcune delle più belle pagine scritte dal suo autore.
I protagonisti spesso si ritrovano al ristorante Pstruh - che in ceco significa trota - una reliquia degli anni trenta, sotto un portico dalle parti di Piazza Venceslao con un arredo da era delle macchine, in cromo, specchi e cuoio. Dal soffitto pende un modellino di galeone, con le vele di pergamena rigonfie e frotte di trote, rosee, picchiettate, col ventre scintillante alla luce del neon, nuotano dentro un acquario che occupa gran parte di una parete.
È un libro ispirato a una storia vera, un amouse-bouche letterario, forse il primo esempio di un nuovo genere letterario la ‘narrativa-gourmet’, che in poco più di cento pagine stappa vini che sanno di foglie di vite e mandorle, combina alchimisti che diventano vasai con cronisti francesi sulle tracce di terroristi peruviani, accosta accanite discussioni sui meriti e i demeriti di un Alaska, di una ile flottante o di una omelette norvégienne, a Golem e rabbini, a cigni di Meissen e a paleontologi col pallino delle mosche.
A ventisei anni, l’inserviente Bruce Chatwin della casa d’aste Sotheby in Bond Street ne divenne il direttore, ma visto che, come annotava Anatole France, "far collezione di oggetti è una buona cosa, ma far passeggiate è meglio", presto Chatwin si stancò anche di Sotheby. Ebbe un assistente, David Nash, con uno curriculum vitae più delirante di una gag dei Monty Phyton: prima di entrare da Sotheby aveva fatto il becchino al cimitero di Wimbledon e l’elettricista al manicomio di Horton.
Tenne anche, per un breve periodo, in una valigia accanto al calorifero del suo ufficio un pitone reale, bianco e nero come la tastiera di un pianoforte. Quando, in partenza per Parigi, chiese alla sua segretaria se poteva tenerlo per il week-end, lei si rifiutò, inorridita, e lui, al grido di "piccola debuttante dispettosa!", le tirò una copia del Dizionario degli artisti di Benizèit alla tempia, facendole un occhio nero. Chatwin, pentito, le portò in dono da Parigi un foulard di Hermès e le raccontò di aver fatto passare la dogana al pitone nascondendolo sotto la camicia e la giacca. Lo nutriva con topolini bianchi. Vivi, è ovvio.
Françoise Sagan, invitata a cena da Chatwin, per tutta la serata non riuscì a staccare gli occhi da quei topolini. Inorridita dalla fine che li attendeva, li nascose nella borsetta e in seguito li liberò al ristorante La Coupole, scatenando buffe reazioni.
Il suo primo libro ‘In Patagonia’ fu pubblicato nel 1977, l’ultimo - postumo - nel 1998 ‘Sentieri tortuosi’.
Chatwin morì il 19 gennaio del 1989 a Nizza.
Il 14 febbraio, nella cattedrale greca di Santa Sofia a Bayswater ebbe luogo una cerimonia commemorativa. Tra i presenti, Salman Rushdie, grande amico di Chatwin. Ascoltò i salmi insieme a Paul Theroux e Martin Amis. Fu la sua ultima apparizione da uomo libero. Alle 10.30 di quella stessa mattina, una reporter della BBC lo informò che l’ayatollah Khomeini lo aveva condannato a morte.
Le ceneri di Chatwin furono portate da sua moglie Elizabeth in Grecia, a Kardamyli, in uno dei luoghi prediletti dallo scrittore: la cappella bizantina in rovina dedicata a San Nicola in Chora.



by Cairoli …ovvio!
se volete leggere le sue prose..prossimamente su un giornale…..
Scritto da liloniadriano, il 16 November, 2006 at 15:48