Lancillotto e il mestolo d’oro

il blog di Adriano Liloni & friends

24 Ottobre 2006

ELDORADO BRESCIANO

Alla scoperta di una realta’ sconosciuta ai piu’…..
inerpicandoci fra i misteri della Valle Sabbia ….
capitolo primo:
come sposarsi per corrispondenza con l’Albania e fare un formaggio dimenticato e buonissimo:
il tombea…….

9 Commenti a “ELDORADO BRESCIANO”

  1. I numeri ci raccontano la Val Sabbia così : 25 comuni distribuiti su una superficie di 60 mila ettari di territorio, con un’altitudine che va dai 115 s.l.m. del fondo valle di Roè Vociano, ai 2842 del Monte Blumone e una popolazione di circa 60.000 abitanti.
    La Valle è attraversata dal fiume Chiese e dai suoi affluenti e comprende il lago di Idro che, alla fine dell’Ottocento, godeva fama d’essere prodigiosamente pescoso, tanto che le sue trote e le sue tinche trionfavano sui banchi delle pescherie di Milano, Vienna e Parigi.
    Il territorio è composto da altipiani carsici, permeabili, con depositi morenici alternati a stratificazioni calcaree.
    La vegetazione è mutevole e seducente ; si va dai verdi pascoli a boschi densi intervallati da ampie radure, a faggeti con esemplari addirittura secolari, a boschi di conifere e a boschi misti di carpini e castagni.
    In estate, sui monti di Stino e della Cicla si avvistano stambecchi e camosci, provenienti dal parco regionale dell’Alto Garda.
    La dorsale montuosa che si estende da Gavardo fino a Rezzato, è conosciuta anche come il Carso Bresciano e racchiude, ma sono in pochi a saperlo, il più alto numero di doline, pozzi, caverne e cavità naturali. In alcune di queste, archeologi esterrefatti, hanno riportato alla luce resti fossili di animali preistorici come il famoso orso speleo e vestigia dell’uomo Paleolitico.

    Un altro primato di cui va orgogliosa la Valle è di essere uno dei territori più ricchi di miti e leggende di tutta la Lombardia.
    I rapporti umani fondamentali, e quanto ad esso era collegato, erano saldati da una serie di riti assai curiosi.
    Nei dì di festa gli scapoli ostentavano panciotti rubizzi, mentre gli ammogliati, per differenziarsi da loro, indossavano panciotti verdi.
    Durante il cerimoniale del fidanzamento, il padre della sposa prima di dare il suo assenso rimandava indietro il futuro marito per ben tre volte, a sottolineare quale bene prezioso fosse la figlia.
    Le comete erano foriere di disgrazie, il venerdì santo si travasava il vino, mentre negli altri venerdì il norcino batteva cassa. Alle donne gravide vietavano di adornarsi con collane per timore che i loro figli nascessero strozzati. La luna condizionava il taglio delle messi e le covate. Secondo una farmacopea contadina, che tutta la Valle seguiva, gli scorpioni privati della coda e messi a macerare nell’olio lenivano gli sfoghi dell’epidermide. L’urina di vergine guariva uno stomaco tormentato meglio di un’Alka-Seltzer. Il latte di donna placava l’otite, bave di bue e di cavallo rendevano forti bimbi esili e stroncavano sul nascere le anoressie e con le monete di rame, si circoscriveva l’estendersi degli eritemi del fuoco di Sant’Antonio.

    Un altro pregio della Valle sono le prelibatezze della sua cucina.
    Aveva capito tutto lo scrittore scapigliato Camillo Boito, fratello del più celebre Arrigo, che in una novella intitolata ‘Macchia grigia’ celebrò il fascino aspro e selvaggio della Valle e i suoi sapori schietti e inconfondibili
    “ Mangiavo le belle trote rosee del lago d’Idro – scriveva un Boito al settimo cielo – gamberi saporiti, funghi, uccelli, cacini di capra, molte ova, molta polenta “ .
    Clima, natura calcarea del terreno e la presenza di boschi misti e ampie radure favoriscono da sempre la crescita di funghi. Per chi va per funghi, per diletto o professione, per chi si diverte a classificarli o li studia con rigore scientifico, la Valle un vero e proprio Eldorado . Anche per tartufai, perché la Val Sabbia è una terra dalla vena sorprendentemente tartufigena. Soprattutto da quando è stata accertata la presenza del Tuber Magnatum Pico o Tartufo bianco pregiato di Alba e le condizioni ideali per il suo sviluppo e la sua fruttificazione.

    E poi insaccati strabilianti che esaltano l’estro migliore dell’arte norcina. E mieli profumati, vini di grande pregio, carni saporite, olii gentili, rotondi, lievemente mandorlati, marmellate di sottobosco fatte in casa con totale assenza di pectina…
    E che dire poi dei formaggi, e non solo del mitico bagoss, fatti ancora come una volta ?
    Robiole di capra, burrose e sapide al gusto, formaggelle – le migliori quelle delle malghe di Lavenone - erborinati di monte, di latte vaccino e caprino, ricotte di capra.
    E, sopratutto, il leggendario Tombea.

    Per raggiungere le poche malghe che oggi producono l’autentico Tombea occorre spingersi fino a Magasa, un paese arroccato in montagna che ha il fascino un po’ spettrale di una ghost-city da western americano; un pugno di case ammantate da un silenzio irreale, viuzze piccole come giocattoli, porticati antichi. La Frontiera tra Regno d’Italia e d’Asburgo passava di qui.
    Una volta superata Magasa, la tappa successiva è Cima Rest con le sue case fienile con i tetti di paglia, identiche in tutto e per tutto, a quelle transilvane e irlandesi.
    Fino agli anni 70 le molte malghe presenti nel territorio erano frequentate da 250 capi durante il periodo estivo. Ora il Tombea e la malga che ne prende il nome è ridotta a 50 capi di razza Bruna alpina, qualche rendena e un paio di giovani malgari che in estate sfidano una solitudine che è isolamento e in inverno un regime di vita spartano a cui resisterebbero in pochi.
    Se si entra nella loro malga, ci si accorge subito che tutto è rimasto come un secolo fa . L’angolo del camino, vicino alla finestra, con la mensola in legno girevole a sostenere il paiolo, la luce fioca, quasi inesistente, il ripiano e le forme per modellare il formaggio, il soppalco con le brande.
    Segni di un tempo che non scorre, come succede negli incantesimi dei maghi delle fiabe. Per nostra fortuna, c’è ancora un pugno di produttori grintosi e appassionati che senza salire fin lassù tiene viva la leggenda del Tombea.
    La sua stagionatura esige almeno 90 giorni, periodo in cui la pasta ha diffuso una leggera occhiatura e si mostra elastica. La crosta è sottile, soda, e di colore paglierino. Dopo 180 giorni, il Tombea assume cromìe e profumo da sottobosco autunnale.
    Trascorsi 18 mesi l’occhiatura scompare, la pasta diventa granulosa e si accentua l’aroma delle dolci e sottili erbe montane.
    Al taglio appare talvolta una sottile lacrima e la pasta è di colore giallo vivace dopo 24 mesi.

  2. I numeri ci raccontano la Val Sabbia così : 25 comuni distribuiti su una superficie di 60 mila ettari di territorio, con un’altitudine che va dai 115 s.l.m. del fondo valle di Roè Vociano, ai 2842 del Monte Blumone e una popolazione di circa 60.000 abitanti.
    La Valle è attraversata dal fiume Chiese e dai suoi affluenti e comprende il lago di Idro che, alla fine dell’Ottocento, godeva fama d’essere prodigiosamente pescoso, tanto che le sue trote e le sue tinche trionfavano sui banchi delle pescherie di Milano, Vienna e Parigi.
    Il territorio è composto da altipiani carsici, permeabili, con depositi morenici alternati a stratificazioni calcaree.
    La vegetazione è mutevole e seducente ; si va dai verdi pascoli a boschi densi intervallati da ampie radure, a faggeti con esemplari addirittura secolari, a boschi di conifere e a boschi misti di carpini e castagni.
    In estate, sui monti di Stino e della Cicla si avvistano stambecchi e camosci, provenienti dal parco regionale dell’Alto Garda.
    La dorsale montuosa che si estende da Gavardo fino a Rezzato, è conosciuta anche come il Carso Bresciano e racchiude, ma sono in pochi a saperlo, il più alto numero di doline, pozzi, caverne e cavità naturali. In alcune di queste, archeologi esterrefatti, hanno riportato alla luce resti fossili di animali preistorici come il famoso orso speleo e vestigia dell’uomo Paleolitico.

    Un altro primato di cui va orgogliosa la Valle è di essere uno dei territori più ricchi di miti e leggende di tutta la Lombardia.
    I rapporti umani fondamentali, e quanto ad esso era collegato, erano saldati da una serie di riti assai curiosi.
    Nei dì di festa gli scapoli ostentavano panciotti rubizzi, mentre gli ammogliati, per differenziarsi da loro, indossavano panciotti verdi.
    Durante il cerimoniale del fidanzamento, il padre della sposa prima di dare il suo assenso rimandava indietro il futuro marito per ben tre volte, a sottolineare quale bene prezioso fosse la figlia.
    Le comete erano foriere di disgrazie, il venerdì santo si travasava il vino, mentre negli altri venerdì il norcino batteva cassa. Alle donne gravide vietavano di adornarsi con collane per timore che i loro figli nascessero strozzati. La luna condizionava il taglio delle messi e le covate. Secondo una farmacopea contadina, che tutta la Valle seguiva, gli scorpioni privati della coda e messi a macerare nell’olio lenivano gli sfoghi dell’epidermide. L’urina di vergine guariva uno stomaco tormentato meglio di un’Alka-Seltzer. Il latte di donna placava l’otite, bave di bue e di cavallo rendevano forti bimbi esili e stroncavano sul nascere le anoressie e con le monete di rame, si circoscriveva l’estendersi degli eritemi del fuoco di Sant’Antonio.

    Un altro pregio della Valle sono le prelibatezze della sua cucina.
    Aveva capito tutto lo scrittore scapigliato Camillo Boito, fratello del più celebre Arrigo, che in una novella intitolata ‘Macchia grigia’ celebrò il fascino aspro e selvaggio della Valle e i suoi sapori schietti e inconfondibili
    “ Mangiavo le belle trote rosee del lago d’Idro – scriveva un Boito al settimo cielo – gamberi saporiti, funghi, uccelli, cacini di capra, molte ova, molta polenta “ .
    Clima, natura calcarea del terreno e la presenza di boschi misti e ampie radure favoriscono da sempre la crescita di funghi. Per chi va per funghi, per diletto o professione, per chi si diverte a classificarli o li studia con rigore scientifico, la Valle un vero e proprio Eldorado . Anche per tartufai, perché la Val Sabbia è una terra dalla vena sorprendentemente tartufigena. Soprattutto da quando è stata accertata la presenza del Tuber Magnatum Pico o Tartufo bianco pregiato di Alba e le condizioni ideali per il suo sviluppo e la sua fruttificazione.

    E poi insaccati strabilianti che esaltano l’estro migliore dell’arte norcina. E mieli profumati, vini di grande pregio, carni saporite, olii gentili, rotondi, lievemente mandorlati, marmellate di sottobosco fatte in casa con totale assenza di pectina…
    E che dire poi dei formaggi, e non solo del mitico bagoss, fatti ancora come una volta ?
    Robiole di capra, burrose e sapide al gusto, formaggelle – le migliori quelle delle malghe di Lavenone - erborinati di monte, di latte vaccino e caprino, ricotte di capra.
    E, sopratutto, il leggendario Tombea.

  3. Per raggiungere le poche malghe che oggi producono l’autentico Tombea occorre spingersi fino a Magasa, un paese arroccato in montagna che ha il fascino un po’ spettrale di una ghost-city da western americano; un pugno di case ammantate da un silenzio irreale, viuzze piccole come giocattoli, porticati antichi. La Frontiera tra Regno d’Italia e d’Asburgo passava di qui.
    Una volta superata Magasa, la tappa successiva è Cima Rest con le sue case fienile con i tetti di paglia, identiche in tutto e per tutto, a quelle transilvane e irlandesi.
    Fino agli anni 70 le molte malghe presenti nel territorio erano frequentate da 250 capi durante il periodo estivo. Ora il Tombea e la malga che ne prende il nome è ridotta a 50 capi di razza Bruna alpina, qualche rendena e un paio di giovani malgari che in estate sfidano una solitudine che è isolamento e in inverno un regime di vita spartano a cui resisterebbero in pochi.
    Se si entra nella loro malga, ci si accorge subito che tutto è rimasto come un secolo fa . L’angolo del camino, vicino alla finestra, con la mensola in legno girevole a sostenere il paiolo, la luce fioca, quasi inesistente, il ripiano e le forme per modellare il formaggio, il soppalco con le brande.
    Segni di un tempo che non scorre, come succede negli incantesimi dei maghi delle fiabe. Per nostra fortuna, c’è ancora un pugno di produttori grintosi e appassionati che senza salire fin lassù tiene viva la leggenda del Tombea.
    La sua stagionatura esige almeno 90 giorni, periodo in cui la pasta ha diffuso una leggera occhiatura e si mostra elastica. La crosta è sottile, soda, e di colore paglierino. Dopo 180 giorni, il Tombea assume cromìe e profumo da sottobosco autunnale.
    Trascorsi 18 mesi l’occhiatura scompare, la pasta diventa granulosa e si accentua l’aroma delle dolci e sottili erbe montane.
    Al taglio appare talvolta una sottile lacrima e la pasta è di colore giallo vivace dopo 24 mesi.

  4. Stamattina la mia prima colazione è stata un bel cappuccino cremoso, murianengo della Val Susa e una fondente robiola di Roccaverano di Bruno Ferrero di Serole ( da non confondere con Piera Ferrero di Montechiaro d’Acqui ) ; Serole, 167 abitanti, un sindaco di nome Bontà – quando si dice un cognome un Destino – è uno dei paradisi della langa astigiana per la produzione delle robiole. Soltanto pochi anni fa anni fa il Roccaverano ha rischiato seriamente di estinguersi.
    Fare formaggio di capra, infatti, era un lavoro faticoso che non dava una remunerazione sufficiente e così qualcuno ha imboccato la scorciatoia di aggiungere latte vaccino. Negli anni ’70 il disciplinare di produzione del Roccaverano ha avallato l’impostazione “moderna” consentendo sino all’85% di latte vaccino.
    Ecco perché è nata l’Arbiora, fondata da Gian Domenico Negro e Walter Porro. È stato un gesto coraggioso per salvare il salvabile: un Presidio ante litteram, che ha messo assieme i produttori, li ha convinti a migliorare la produzione e ha garantito loro un prezzo adeguato.
    Il Murianengo che ho assaggiato era una fetta di latte non ancora screziata dalle muffe dell’erborinatura ; come sempre ho ringraziato il buon Orioli stupefacente snidatore di perle casearie e attendo che nel tardo pomeriggio torni col primo fatulì di settembre.

    Voglio invece segnalare uno dei più straordinari insaccati assaggiati negli ultimi anni.
    Nasce dall’arte artigiana di Massimo Pace, norcino della Val Sabbia e si chiama dos, come la sua azienda e anche perché, a sentir lui, il dos ricorda nella forma un dosso.
    Per il dos si usano maiali di oltre due quintali che abbiano sulla schiena una copertura di almeno due centimetri di lardo ; le parti scelte vengono messe una settimana in salamoia con spezie, sale, vino e un pizzico di peperoncino, poi il dos viene tolto dalla salamoia, massaggiato, aggiustato di sale e fatto stagionare per tre mesi.
    Dopo tre mesi arriva in tavola un insaccato strabiliante, praticamente due insaccati in uno, per metà coppa, per l’altra lardo, un lardo degno di quello di Colonnata. Quando lo assaggiate, la parte grassa, sciogliendosi nel palato esalta quella magra, in un tripudio di golose sensazioni.

  5. Scriveva Piovene nel suo ‘Viaggio in Italia’ :
    “ …quella di Brescia è una delle province più interessanti, contrastanti, sorprendenti d’Italia.
    Aveva ragione da vendere.
    I Bresciani sono sempre stati prodigiosi nell’industria armiera. Già nel Trecento solo a Brescia si contavano duecento fabbriche ; Carlo V ci comprò le sue armature, Francesco I i suoi pugnali, Luigi XIV armature scudi e mazzafruste.
    Dagli archibugi ai fucili Beretta, Brescia ha fatto la gioia di arsenali e eserciti di mezzo mondo. Sono anche, i Bresciani, formidabili norcini, voracissime forchette e strabilianti maestri dell’arte casearia.
    Un esempio : la sola provincia di Brescia produce circa l’ottanta per cento di tutta la produzione di Quartirolo Lombardo D.O.P.
    Accanto a formaggi ormai mitici come il Tombea e il Bagoss ce ne sono altri che vi invito ad assaggiare caldamente.
    Tra circa un’ora dall’Enrico Orioli, Mercato Coperto dei Formaggi di Gavardo, arriva il fatulì, legittimo vanto della scuola casearia bresciana.
    Fatulì in dialetto è la formaggetta – si sente la vicinanza con la Valtellina dove fota sta per formaggio – e lo si fa esclusivamente con il latte di capre Bionde dell’Adamello, ancora oggi munte a mano.
    La fase più caratteristica della sua lavorazione è quella dell’affumicatura.
    Perché si asciughi completamente il fatulì viene adagiato su apposite grate all’interno dei camini e riscaldato da un debole fuoco di rami e bacche di ginepro ; il fumo che lo ammanterà per qualche giorno, conferirà al formaggio un aroma assolutamente unico.
    La crosta risulterà al palato lievemente amarognola ( chi non la mangia, peste lo colga! ) l’interno dolcissimo. La stagionatura richiede 30 giorni, ma il fatulì se lasciato stagionare per più di sei mesi è ottimo grattugiato, specie sulla pasta di farina di castagne.
    Nelle malghe della Val Adamè si produce in quantità esigue un fatulì non affumicato ; qui le bacche, l’erba rorida di temporali e le muffe d’alta quota conferiscono al formaggio un sapore si dolce, ma deciso. Sotto l’impercettibile unghia cremosa, trionfa una pasta leggermente granulosa, eburnea, un vero viatico per il Paradiso.

  6. Raramente ricordo un posto tranquillo come Gavardo.
    Non è un’Arcadia, certo, sono in molti a lamentarsi, tutta questa negritudine che affolla il centro per molti è imbarazzante, ma qui non corri il rischio di essere disarcionato dallo stress, dalla follia, la cadenza del soffrire è sopportabile, la gente aggressiva il giusto - solo qualche sabato sera e complice l’alcool qualche marocchino scalcia una saracinesca - e i carabinieri vegliano come pezzi di una scenografia su questo colorato ma mai volgare presepe.
    Però basta prendere una corriera perchè l’incantesimo si spezzi.
    Mi dicono che anche Varese è cambiata , che San Fermo è una Casbah, ma c’è oggi una città, che non ha la sua Casbah, che non è cambiata, che non ha il suo branco di rumeni, albanesi , nordafricani ?
    In biblioteca non ci sono detector, nessuno si frega i libri, le anitre pascolano a centinaia e nemmeno il disperato del Ciad osa torcergli il collo. Le puttane nigeriane scopri che sono puttane solo quando vengono a comprare il biglietto della corriera, i boschi intorno al paese sono ricchi di tartufi, e il bianchetto, un tartufo di poco pregio, fulvo, dall’odore agliaceo, lo hanno trovato solo qui, a Gavardo, e in nessuna altra parte della Val Sabbia. Tutta la negritudine lavora, paga affitti salati e, a sentire il direttore della Banca Intesa, non sgarra mai coi mutui.
    Qui la perdizione sono i videopoker dell’American Bar ma sono più i gavardesi che gli extracomunitari a tentare la sorte. Ho riletto Piovene e il suo ‘Viaggio in Italia’ e sembra che l’abbia scritto ieri. Brescia è una provincia straordinaria, nel bene e nel male, ed è vero che in questi giorni
    Brescia sembra Pristina, Lagos, sembra peggio della Colombia del narcotraffico.
    Ma qui no. Qui è ancora tutto tranquillo.
    E la mattina dopo il caffè vado dall’Enrico, parliamo, scherziamo, e tra un cliente e l’altro, ci scappa sempre una scaglia di bagoss….

    P.S. Ma il Liloni non era risorto ? Tutti a me me li fai scrivere ?

  7. …sono a un niente dal Garda, mi tocca una ricetta di qui, gardesana e di pesce. Anche se i pescatori di qui sono qualcosa di sempre più ectoplasmatico e fantasmale. Già a fine Ottocento non mancarono conflitti tra i pescatori di professione e la nascente economia turistica ; con lettera del 20 giugno 1890 - che bello andare a spulciare negli archivi delle biblioteche! - il Sottoprefetto di Salò invitava perentoriamente il Sindaco di Gardone Riviera a vietare il disseccamento del pesce sulla spiaggia di località Sette case in quanto provocava ” un fetore che ammorba l’aria con grave pericolo per la salute degli abitanti vicini ” .

    Ma parlavo di polpette di coregone. Qui mi suggeriscono di arrangiarle così.

    Mondate 2 coregoni, ricavatene i filetti da cui estrarrete la polpa con un coltello e formate con essa delle piccole polpettine.

    Riscaldate in una padella dell’olio di oliva.

    Deponete nella padella le polpettine dopo averle infarinate.

    Fatele dorare, aggiustandole di pepe e sale e cospargetele con del porro tritato finemente e con una dadolata sottile di pomodoro.

    Bagnare con vino bianco.

    Far evaporare a fuoco dolce.

    Maritare il piatto con una fettina di polenta abbrustolita.

    Buon appetito.

    P.S. se non trovate il coregone, va benissimo anche altro pesce di lago..

    Le specie ittiche che popolano il Garda sono numerose.
    Molte sono indigene, altre vi sono penetrate attraverso le vie d’acqua o vi sono state immesse allo scopo di costituire popolazioni sfruttabili dalla pesca.

    Scriveva nel 1988 Enzo Oppi :
    ” E’ amaro dover constatare che a tutt’oggi non si conosce l’esatto numero dei pesci che lo popolano e nemmeno la biologia completa del carpione, il pesce più famoso del Benaco “.

    I vò sono vasti altipiani subacquei, con bassa profondità, zone tipiche di frega in genere di àole e sardène. Anche qui il maggior quantitativo di pesce veniva pescato proprio nel periodo della riproduzione. Quando imperversava burrasca, i vò venivano ripuliti e il pesce, che per deporre le uova ha necessità di fondale limpido, vi si recava volentieri.
    Questo fece si, sopratutto in passato, che i vò fossero molto contesi tra i pescatori e , in alcuni casi, regolati da diritto esclusivo di pesca.
    Leggendario fra i pescatori del Garda il vò al Pal del vò tra Sirmione e Garda, a quattro chilometri dalla sponda veronese.
    Nel 1764 Sirmione vendette la sua parte a Torri e a Garda; mentre la Comunità di Torri potè pagare vendendo dei terreni a monte di san Vigilio, i pescatori del Garda si autotassarono vendendo, a quanto si narra, l’oro delle fedi nuziali delle consorti.

    Per pescare il cavedano, si usava lo sparavèl o ‘giacchio’ , una rete circolare da lancio dal diametro variabile ma non superiore ai due metri e mezzo. Il pescatore la teneva ripiegata sulla spalla e sul braccio e la lanciava in acqua non appena la femmina del cavedano in frèga, col corteo di maschi al seguito, si avvicinava alla battigia per deporre le uova. La rete affondava velocemente per i numerosi piombi di cui era dotata, lasciando così poco scampo ai pesci.

    Mantecato al cavedano.

    Sfilettare un bel cavedano.
    Metterlo in un recipiente e farlo riposare tutta la notte al fresco, annegato in un litro di latte con due o tre spicchi d’aglio rosa.

    Travasare il latte e i filetti in una pentolina, salare e portare lentamente a bollitura, dopodichè spegnere, lasciar raffreddare e scolare accuratamente.

    Con una frusta montare con olio d’oliva, aggiungere un pizzico di erba cipollina, aggiustare di sale e maritare il mantecato con cialde di parmigiano e polentina di mais integrale.

    Buon appetito

  8. Un’altro rudimentale e arcaico metodo di pesca, estintosi già negli anni 50, era quello con la’ ròsca de prède’ .

    Chiedo venia per gli accenti messi a casaccio ma scrivo su una tastiera dislessica, da cafè internet pakistano.

    Spesso i pescatori ripulivano i fondali da sassi e piccolo pietrame e li ammucchiavano poi a ridosso di pali appositamente infissi sul fondo, in moda da formare vere e proprie scogliere artificiali denominate ròsche.
    Qui i pesci accorrevano in banchi numerosi, confidando in un riparo ; i pescatori li stanavano lanciando calce - càlsina - e i pesci finivano intrappolati nelle reti che circondavano la ròsca.

    Ieri abbiamo preso un caffè al Capriccio di Manerba.
    Qui, tempo fa, si poteva degustare un ottimo filetto di persico dorato in crosta di pane e finferli.

    Si prendevano due filetti di persico, si salavano e pepavano al centro, si aggiungeva qualche fogliolina di maggiorana, si richiudevano, si passavano in un velo lieve di panatura con pane e timo, dopo averli spennellati col burro.

    Si mettevano in una pentola molto caldae si portavano a cottura nel burro.

    I finferli invece si cuocevano delicatamente in olio, timo e maggiorana e solo alla fine si cospargevano di un trito di pinoli e prezzemolo.

    Venivano serviti nappati con un filo di olio aromatizzato al prezzemolo…

  9. 2 novembre 2006

    Stamattina, passeggiavo sotto a un cielo terso, sotto a un sole inequivocabilmente estivo, col solo disturbo di raffiche di vento, quà e là gelide e malandrine. Ma quando le raffiche si placavano, mi sembrava di rivivere l’indian summer di tre anni fa nei bei boschi di Long Island, quando Ivan era ancora vivo. Dal ponte vedevo il Chiese seducente e selvaggio come mai mi era accaduto prima, e il sole che allagava il fogliame degli alberi regalava strepitose variazioni cromatiche: macchie di un allegro verde limone e più in là, invece, drappeggi quasi ocra, persino ruggine, in omaggio all’autunno incombente. Sul ponte pensavo ” Che bello…mi sembra quasi d’essere in Canada ” e magari, in quello stesso istante, su un ponte di Quebec, qualcuno, guardando il Saint Lawrence, seducente e selvaggio come mai gli era accaduto prima, sta pensando: ” Che bello…mi sembra quasi di essere a Gavardo! ”

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