LORENZO CAIROLI
regista e scrittore romano, ha accettato di pubblicare alcuni stralci dei suoi scritti e reportage…. una occasione da non perdere per godere della sua creativita’ narrativa.
regista e scrittore romano, ha accettato di pubblicare alcuni stralci dei suoi scritti e reportage…. una occasione da non perdere per godere della sua creativita’ narrativa.
rettifica!…..Cairoli romano d’adozione ma svizzero varesotto di nascita!….chiedo venia
Scritto da liloni adriano, il 10 Marzo, 2006 at 16:00
Romano, mai. Neppure d’adozione. Figurati che colleziono aforismi, brani di lettere, stralci di diari, che testimoniano la delusione e la rabbia di chi ha viaggiato a Roma. Come Chatwin nel 1957 che scrissi sui suoi diari ” Depredato da un tassista…( e fin quì nulla di strano , i tassisti romani sono la quarta associazione a delinquere italiana dopo mafia, camorra e sacra corona unita ) …Francamente a parte il Colosseo, l’Arco di Costantino e la Colonna Traiana, i ruderi romani sono piuttosto noiosi al confronto del fantastico Palazzo Medici o simili ” .
Non ho sottomano Flaiano. Peccato. Lui di Roma fa tabula rasa.
Quanto a Varese ricordi quel che scrissi sul Gambero ?
Varese è una città strana….
Intanto quì a Roma continuano a confonderla con Vicenza, e poi è cambiata. In peggio.
Una volta produceva scarpe, leggendari ‘cummenda’ e fortissime squadre di pallacanestro. Oggi è famosa per le sette sataniche, la Lega Nord e per i soldi a palate che gli extracomunitari senegalesi fanno coi pesci-gatto del Lago di Varese. Siccome i pescatori comunitari ‘quei pesci lì” non li pescavano, siccome le loro mogli se tornavano a casa con quel pesce lo gettavano, nauseate nella spazzatura, i senegalesi si sono fatti avanti , hanno costituito cooperativa, e il loro pesce-gatto essiccato ora lo esportano in tutta Italia.
E anzichè dormire ai margini della stazione, accovacciati come pinguini, girano su larghissime Mercedes con lo stereo a tutto volume.
Varese dovrebbe essere una città di commercianti, ma se parli con un commerciante ti dice che ” Varese è una piazza difficile”.
Ricordo che accanto al Cinema Lyceum c’era un fast food il ‘Kentucky Fried Chicken’, vendevano insalata di pollo e pollo fritto. Non ci andava nessuno. Il commesso che ci lavorava quando entravo a ordinare l’insalata di pollo era così sbalordito che non mi lasciava più uscire. Chiusero dalla disperazione. Sentì dire da mio zio che: “il fast food non avrebbe mai attecchito in italia. Noi non siamo strani come gli americani”.E difatti mio zio ha sempre avuto il bernoccolo per gli affari. Vendeva ai serbi mezzo miliardo di macchine tipografiche e in cambio gli davano un miliardo in essenza di rose della Bulgaria. Mio padre, che lo vedeva esultare, scuoteva la testa. Un mese dopo, lo zio ci chiamava da Tel Aviv. Aveva venduto l’essenza agli israeliani e a mio padre che rispondeva al telefono chiedeva”dì un po’ Pino, sai mica a chi possono interessare trentamila eliche da ventilatore?”.
A Varese si è sempre mangiato malissimo e si mangia male tuttora. I varesini a tavola hanno pretese abnormi : i clienti si danno tutti arie da Veronelli, i ristoratori da Bocuse. Non si amano, a volte si eliminerebbero volentieri dalla faccia della terra. Ma siccome almeno una volta nella vita al ristorante ci si deve andare - che so ? incastrati da una cresima, dall’arrivo improvviso di un amico dall’Olanda, da operai in casa che ti rendono inservibile la cucina, da una domenica in cui hai dimenticato di fare la spesa - si finisce col sopportarsi così come i contadini sopportano composti la grandine e la grandine sopporta di essere un prodigio così effimero.
Ma tutti i ristoratori di Varese li ricordo con un’espressione acida, con uno sguardo da mal di mare. E i camerieri sempre scuri in volto, come se lavorassero con un paio di scarpe di tre numeri più strette. La guida dell’Espresso magnificava il ‘Lago Maggiore’ (14.5) di un certo Lotto che coerente col suo cognome, al momento del conto dava i numeri.
Dall’esterno, per quanto allungassimo il collo, non riuscivamo a vedere niente. Il ristorante difendeva la sua privacy solo per quelli che avrebbero varcato la soglia. Ci sentivamo tutti un po’ come il riparatore dei tetti, la cui unica gioia è fermarsi sulla scala a sorprendere dalla finestra una ragazza che si veste. Ma noi, altro che ragazze discinte, non vedevamo nemmeno una schiumarola.
Per tre anni , l’Espresso riportò la stessa recensione, ma i varesini da Lotto non ci andavano , preferivano ‘ il Gestore’ . Lotto, poi non sembrava nemmeno uno di Varese, ma uno di Viareggio che la sera lasciava la Versilia, veniva sù, alzava la saracinesca del locale, aspettava che i clienti sciamassero via, che i tavoli fossero puliti e riapparecchiati, per tornarsene giù in Toscana e la mattina seguente, ricominciare il suo surreale pendolarismo.
Si mangiava benissimo a Ranco, al ‘Sole’ dei Brovelli. Prima era uno di quei ristoranti della domenica affacciati sul lago, rumorosi, zeppi di bimbi con la palla e di nonni a capotavola, dove si mangiavano teglie di cannelloni generosamente annegati nella besciamella e lavaroni. Poi un giorno, il Carletto e sua moglie Itala cambiarono l’andazzo e ne fecero un ristorante di gran classe. Carletto si affermò come un vero re del pesce di lago, sua moglie Itala credo, fu, una delle prime donne sommelier in Italia. Vero o no, girava questa voce.
C’era chi diceva di averlo letto sulla Prealpina o sulla Notte. Altri giuravano d’averla vista sulla Rai. Quando passava la signora Itala con la lista dei vini tra le mani o sospingendo il carrello, la guardavamo con la stessa malìa con cui si guardavano gli ermafroditi alle fiere di paese. Per qualche anno, da loro si mangiò benissimo ed erano anfitrioni squisiti. Mai uno sguardo da mal di mare. Solo una volta, quando dissi a Carletto che la ‘lingua di bue brasata al vino rosso ” che compariva sul suo ricettario l’aveva copiata, sputata, sputata, dal ricettario di Guerard della Laffont.
Solo che lì era lingua di bue in mousse di cipolle.
Scrittori ce ne erano molti. Sereni, il poeta a Luino. Liala che aveva casa in collina e si vantava di dormire sempre con la porta aperta. Me la ricordo briosa, piena di vita, cinguettante, ma nell’ultimo periodo mi ricordava la vecchia attrice con la faccia da pesce di Renard che cercava sempre di parlarti in controluce.
C’era Guido Morselli che morì suicida e che faceva la corte alla mia prozia cartolaia, ignara di avere a che fare con uno scrittore. Ne era ignara quasi tutta la città. Racconta suo fratello : Un episodio: eravamo in una pasticceria sotto i portici, proprio a Varese. Gli si avvicinò un suo conoscente - io immaginai che lo fosse - lo chiamò “professor Morselli” e gli chiese se, data la sua dimestichezza con lo scrivere, potesse dargli qualche consiglio per gli studi della figlia, che aveva problemi in italiano. Guido si irrigidì, non lo lasciò neppure finire: «Lei ha sbagliato persona» gli disse.
E c’era Piero Chiara col suo sguardo da mal di mare e la fierezza di aver vissuto a Parigi avventure galanti. Mi chiamava ‘quello del cinema’ perchè gli avevo confessato che più che la scrittura mi affascinava narrare le storie con le immagini.
” Ma così ti toccherà andare a Roma…” e me lo diceva come se Roma fosse qualcosa di gassoso sospeso tra una Timbuctù di meteoriti e una galassia fredda e lontana anni luce da qualsiasi universo.
Gli diedi un manoscritto da leggere. Per tre settimane non si fece vivo; poi mi chiamò la segretaria e mi disse che il mio manoscritto non si trovava più. Allora non c’era il computer, ma si pigiava duro sui tasti dell’Olivetti. Non ne avevo copia. Lo riscrissi. Glielo portai al caffè Zamberletti dove, col suo sorriso da mal di mare, beveva Campari e affondava le sue dita da granchio in un cratere cristallino di patatine. Un attimo dopo, nella foga di stringere la mano a un conoscente, urtò il Campari che allagò il mio manoscritto…
Segno divino, o no, tra ‘quello del cinema’ e Piero Chiara, da quel giorno ogni frequentazione finì. E con mia somma sorpresa, scoprì che Roma era più vicina di quel che pensassi…
Scritto da lorenzo cairoli, il 11 Marzo, 2006 at 11:04
che dire…i tuoi scritti mi ammaliano come una bella donna…grazie Lorenzo
adriano
Scritto da liloni adriano, il 11 Marzo, 2006 at 11:13
Un grande sovversivo del gusto è stato il catalano Dalì, pittore geniale, gourmet a dir poco pirotecnico. Coco Chanel sua grande amica, amava raccontare che Dalì puzzava sempre di sardinas asadas. Le mangiava con le mani e poi se le passava i tra capelli senza averle lavate.
Il padre quando Salvador vinceva un concorso di disegno lo portava alle garotades di Cadaques, le mangiate di ricci di mare in compagnia. Dalì amava mangiare i ricci togliendo la polpa con un cucchiaino e adagiandola sul pane tostato.
Il pane fu una sua ossessione.
Sulla nave che lo portava a New York, Dalì si fece fare una baguette lunga due metri e per alcune settimane la portò sottobraccio per Manhattan.
“ …per prima cosa occorreva fare un pane di 15 metri di lunghezza. Poi si doveva costruire un forno abbastanza grande per cuocerlo. Questo pane non doveva essere insolito sotto nessun aspetto, doveva essere esattamente uguale a qualsiasi altro pane francese, ad eccezione delle sue misure…”.
La sua teoria era che quel pane di dimensioni abnormi, abbandonato in un luogo pubblico, come una grande piazza, un parco o una strada, avrebbe dato luogo alle domande della gente, allo stupore, alla riflessione. E quando la gente si fosse chiesta il perché di quel pane, la Società Segreta del Pane ne avrebbe fatto preparare un altro ancora più lungo, di 20 metri, poi un altro di 30. E poi sarebbero apparsi pani lunghi di 40 metri in altri luoghi dell’Europa e poi dell’America. E tutti si sarebbero domandati il perchè e infine in tutto il mondo si sarebbe prodotto uno stato di panico, confusione, isteria collettiva…
E se provassimo a fare una Società Segreta del Violino di Capra ? o dei Casonsei ?
Scritto da lorenzo cairoli, il 11 Marzo, 2006 at 11:28
appena salirai nelle lande nordiche che costeggiano il piu’ grande lago italiano ti prendero’ per mano come un bambino e ti faro’ assaggiare cose che nessun umano ha mai assaggiato!…:-o))
Scritto da liloni adriano, il 11 Marzo, 2006 at 11:42
Sovversive del gusto ?
Ricordi Pina Bellini ?
Milena Cantarelli ?
Mangiato mai da Agata ?
In principio gli uomini procacciavano il cibo, le donne lo cucinavano. Nelle cucine l’odore dell’uomo era straniero come i baobab e le piramidi Maya. Gli uomini si guardavano bene dal varcare le soglie delle cucine, così come le donne si tenevano alla larga dai bar, dalle sale da biliardo, dai circoli in cui gli uomini, alzando il gomito, trovavano il coraggio di dire tutto quello che durante il giorno avevano taciuto. Anno dopo anno, secolo dopo secolo, le cucine divennero il sancta sanctorum delle donne, il tempio nel tempio, il sacello, l’ara, il grembo, in cui un bisogno primario – l’alimentazione – fu trasformata in un’arte sublime. Nel frattempo l’uomo stanco solo di procacciare, posò amo e frecce e si inventò la ristorazione. Dalla sera alla mattina, le donne furono espropriate dei loro templi – più o meno quello che i Khmer rossi fecero ai cambogiani svuotando le città di tutti gli abitanti – e le donne ( per usare una metafora cara alla Plath ) furono esiliate su una stella fredda.
La ristorazione da subito assunse una connotazione militare : gli chefs oltre al talento dovevano dimostrare nerbo, gestire la brigata con pugno di ferro. Nell’ambiente maschilista delle cucine obbedire a una donna era impensabile : certi cuochi erano sguaiati peggio dei legionari francesi, altri erano cattivi e subdoli come il cuoco vampiro della Sonata degli spettri. In quel ‘mucchio selvaggio’ il problema per una donna non era più farsi accettare, ma come sopravvivere.
Così per secoli alle donne non rimase che osservare .
Dalla stella fredda in cui erano state esiliate , osservarono.
Con qualche eccezione come quella di Eugénie Brazier, la più celebre delle mamme lionesi, due volte tre stelle della Michelin, maestra di Bocuse e Pacaud, un mito per i francesi come la divina della racchetta Suzanne Lenglen.
Ma per una Brazier che dalla stella fredda ammarava nelle cucine del suo bel locale lionese, c’erano 10 Antonin Careme, 100 Ferdinand Point, 1000 Bocuse e 10.000 Robuchon.
Oggi , forse, qualcosa è cambiato. Se mi fermo a pensare mi vengono in mente una decina di cuoche eccellenti. L’americana Alice Waters del Chez Panisse di Berkeley colta, da sempre in prima linea per un’agricoltura sostenibile, paladina del biologico americano. La basca Arzak, la franco-armena Ghislaine Arabian che per un breve periodo ha suscitato curiosità e scalpore quando una delle storiche maison parigine ‘ Ledoyen’ l’ha chiamata per rinverdire i fasti di un tempo .
Penso all’open kitchen della londinese Sally Clarke nel suo bel locale di Kensington Church Street civico 124, a questa affabile e talentuosa cuoca che propone piatti di ispirazione californiana appresi alla corte di Alice Waters.
Penso a un paio di alsazione tra cui Reine Mammut e alla parigina Hélène Darroze che non si stanca mai di ripetere .
In Italia abbiamo tre stelle della Michelin : Annie Feolde dell’Enoteca Pinchiorri di Firenze, Luisa Valazza del Sorriso di Soriso e l’inarrivabile Maria Santini del Pescatore di Canneto sull’Oglio, anzi, di Runate, un villaggio di 36 abitanti nel cuore della riserva naturale del Parco dell’Oglio Sud. Una casa di campagna, tre sale ristorante e due salotti con camino per fumare un sigaro o gustare un grande distillato. Un lembo di paradiso in cui l’aria a volte è così limpida da poter vedere gli angeli. Ma ricordo con affetto altre cuoche di valore : Lidia Alciati, Mary Barale del ‘Rododendro’ di Boves forse troppo ligia agli insegnamenti del suo maestro, il francese Chapel, Valeria Piccini del Caino di Montemerano, per non tacere delle mitiche Pina Bellini della Scaletta di Milano e Mirella Cantarelli.
Samboseto, bassa parmense, me la ricordo di sera.
Arrivavo che era buio, le strade deserte, una luna in cielo che faceva palpitare la campagna circostante come un seno. Mi infilavo nel solito hotel e la mattina mi svegliavo in una nebbia spessa e felliniana, milioni di albumi sbattuti a neve nei quali era piacevole smarrirsi.
I Cantarelli – Peppino e Mirella – gestivano un locale prodigio, una sorta di tartufo bianco venuto su in una miniera di zinco. Si entrava dalla drogheria-tabaccheria con le scatole di ventresca allineate che rilucevano accanto ai vini, alle conserve, alle marmellate, mentre Peppino dando le spalle a centinaia di pacchetti di sigarette, ti mostrava col suo viso sorridente da martora il culatello di Zibello e te lo affettava in un piattino.
I Cantarelli avevano vini che nemmeno a Milano si sognavano. La Scorza Amara ( oggi estinta ) la Malvasia di Maiatico, ma anche grandi vini di Francia che bevuti a Samboseto avevano tutto un altro sapore.
Affettavano dei culatelli che oggi a trovarne gli epigoni farei salti di gioia. Erano dei virtuosi nel tirare il collo alle faraone e nel cucinarle, così come alla Tour d’Argent erano maestri con le anitre. Di Mirella ricordo ancora il suo occhio sempre inquieto come una margherita che si fa girare tra le mani.
Pina Bellini invece aveva un bel locale a Milano ‘La Scaletta’ negli anni in cui furoreggiava la novelle cuisine e la stella di Marchesi. Era una piccola signora della borghesia milanese seguita come un’ombra dal figlio che proponeva una cucina tanto bella che si voleva avesse le guance per baciarla. Era creativa, ma mai trasgressiva, di una creatività ponderata. Forse perché aveva capito che strappare le radici è un gesto che si paga. Sapeva lavorare in terrina la trippa con risultati strepitosi. Faceva miracoli con le lumache, trasformava la salvia in un gelato raffinatissimo e cucinava dei ravioli-funamboli che camminavano sicuri sul filo sospeso della perfezione.
A Roma regna da più di vent’anni Agata Parisella. Agata è un’artista. E’ un Mozart prestato alla cucina. Mesi fa ho scritto : “ogni volta che Agata entra in cucina, in un campo sboccia un fiore” . Lei e Romeo hanno avuto il coraggio di aprire un ristorante in una via dove al massimo ti aspetti una videoteca del Bangladesh o un alimentari coreano. In un quartiere, l’Esquilino, pullulante di pakistani che vendono birre ai magrebini, di ‘atelier’ cinesi dove si comprano solo maglioni di acrilico e giubbotti di poliestere e dove il cotone è un miraggio ancora più del cachemire, di botteghe polverose e odorose di curcuma in cui non si sa che accade e non si sa che si vende. In un quartiere dove è più facile trovare nei mercati il persico del Nilo che l’arzilla , in cui accanto alle puntarelle e alle olive di Gaeta, trionfano le radici di zenzero, il plantain, il guaiave, la manioca e i deliziosi bamies. In questo souk a cielo aperto che si estende fino alla Stazione Termini, Agata e Romeo hanno dato vita a una bellissima favola di cucina. Il locale era quello del babbo di Agata, per anni noto come ‘Gabriele’ , nato alle fine dell’Ottocento come vineria. C’era ancora prima che gli costruissero nel 1901 il palazzo intorno. Per decenni fu un paradiso per i ‘fagottari’ .
I mariti si sedevano ai tavoli rustici coperti di carta da imballaggio, ordinavano il vino e intanto le mogli estraevano da borse, da sporte, da cesti, da tovaglioli annodati le pentole di coccio, i tegami, le zuppiere e distribuivano in giro rigatoni, grasse risate e scapaccioni ai figli. Negli anni successivi, i titolari della vineria piazzarono all’ingresso una porchetta dei Colli con cui imbottivano le ciriole. Un primo timido tentativo di Hostaria con uso di cucina. Poi nel 65 il padre di Agata rilevò il locale e nell’hostaria si cominciò a mangiare per davvero.
Reine Sammut ha ripetuto spesso nelle sue interviste che la ristorazione richiede delle ‘donne guerriero’ che siano disposte a penalizzare la vita familiare, acquisendo anche atteggiamenti maschili. Vedendo Agata le parole della Sammut mi strappano un sorriso. Agata è innanzitutto serenità, del guerriero non ha nulla, ha la dolcezza del suo millefoglie stampata sul volto e quando converso con lei scopro incantato che ha conservato il suo entusiasmo infantile.
Scritto da lorenzo cairoli, il 13 Marzo, 2006 at 10:03
Sempre su Roma e sul poco amore che ho per lei.
“A me invece Roma piace moltissimo ; una specie di jungla, tiepida, tranquilla, dove ci si può nascondere bene ”
( Mastroianni - La dolce vita )
Io a Roma ci vado sempre malvolentieri ; è triste, umida e antilavorativa ”
( Claudio Gora - Il sorpasso )
Quando ero sull’Isola di San Pietro-Carloforte a curare le conseguenze del mio ictus, ho tenuto un diario. Quello che leggerai lo scrissi il 19 febbraio del 2003. Lo intitolai : Cinismo lusitano, cinismo romano
C’era una copia della ‘Stampa’ dimenticata su un sedile del traghetto. L’ho sfogliata per ingannare il tempo e ho letto della morte di Monteiro.
Questo bizzarro regista portoghese mi aveva irretito a suo tempo con un film lento e malioso ‘Ricordi della casa gialla’ un film di carni acerbe e di furori anarchici in cui Monteiro si aggirava come un negus bianco un po’ ingobbito e di etiope magrezza.
Vagolava per le strade di Lisbona simile a un folletto dalla voce flautata e dalla barba caprigna, innamorato perdutamente della carne delle giovani donne e dalle prodezze del suo Benfica.
Nel successivo e premiatissimo ‘La commedia di Dio’ era un gelataio ossessionato dell’igiene e maniacale collezionista di peli pubici femminili. Le sue narici oblunghe e cavernose erano l’emblema di un film dandy e ’sporcaccione’, tenero e perverso. In una delle sequenze più celebri colto da un raptus creativo degno del Grenouille di Suskind, faceva immergere la quindicenne figlia del macellaio in una vasca da bagno colma di latte affinchè vi lasciasse gli umori verginali e qualche goccia di urina. Quel latte poi l’avrebbe lavorato per farci un gelato paradisiaco.
Aveva un tocco oscenamente candido, faceva un cinema pignolo, sardonico, carnale, mediava Totò con Bunuel, il suo feticismo era di una naivete disamante, il suo cinismo deliziosamente lusitano…
Delizioso invece non è il cinismo dei romani che pure credono di essere nel loro cinismo unici impagabili e assai seduttivi. Il cinismo dei romani è bile di bassissima macelleria, è una risposta alla vita sempre acre, mai veramente ironica, aggressiva, offensiva sempre ai margini del vilipendio. Un esempio ? ? Anni fa il turco Ali Agca sparò al Papa. Tutto il mondo sgomento si chiese ‘perché’. Perché sparare a un uomo così pio ? Era forse il gesto di un folle ? O il disegno dietro era più perverso? Nei bar della Capitale, nessuno osava tanto.
Fissavano dritti nel televisore e scuotendo il capo, tutti si chiedevano la stessa cosa “ma come ha fatto il turco a sbagliare da quella posizione?”
Scritto da lorenzo cairoli, il 14 Marzo, 2006 at 10:03
Vorrei regalarti una piccola anticipazione del libro che sto scrivendo.
E’ tratta dal memoir kenyano : Manghi, mamba e italiani bamba.
Sovversivi del gusto ? No. Piuttosto,sovversivi del gioco. E poi dimmi che non ti voglio bene.
Una mattina notai sulla spiaggia di Malindi un insolito andirivieni. Soprattutto bimbi che avrebbero dovuto essere a scuola e che invece correvano eccitati come se un camion di caramelle si fosse rovesciato sulla spiaggia. Mi sbagliai di poco. Non era un camion di caramelle, ma uno squalo-balena che si era arenato a riva. I bimbi gli svolazzavano intorno come farfalle, incuranti dell’odore di morte che esalava. Il sole e i batteri acceleravano la sua putrefazione tanto che il tanfo dello squalo arrivava fino alla bara-bara. Ma i bambini sembravano privi dell’olfatto e gli svolazzavano intorno eccitati. D’un tratto ebbi come l’impressione che lo squalo li avesse risucchiati ; non si vedevano più, non si sentivano più le loro risate, i loro improvvisi strilli di gioia. Uscirono dalla pancia dello squalo, portando in trionfo i suoi intestini. Poi, incominciarono a tirarseli addosso, come si fa con le palle di neve. Non credevo ai miei occhi. Quando gli intestini cadevano sulla sabbia facevano un tonfo sordo e dalle membrane usciva una crema gialla, simile a crema pasticcera, così densa che la sabbia non riusciva ad assorberla. Andarono avanti per ore, fino a quando non trovarono più intestini da lanciarsi e quell’incredibile battaglia finì.
Scritto da lorenzo cairoli, il 14 Marzo, 2006 at 12:22
grazie lorenzo….sto leggendo anche l’anteprima dell’altro romanzo….
Scritto da liloni adriano, il 14 Marzo, 2006 at 12:53
Volendam come Marken o come Edam era uno dei tanti porticcioli che si affacciavano sull’Ijsselmeer ( il lago di Ijssel) noto anche come Zuiderzee ( Mare Meridionale). Si campava di pesca e da qui partivano formidabili cacciatori di balene, ma nel 1932 fu costruito l’Afsluitdijk, una diga imponente di oltre 30 km che separò l’Ijssel dal mare decretando la morte dell’industria ittica. Joris Ivens lo ha ben raccontato nei suoi documentari, ma la gente dello Zuiderzee non si è lasciata scoraggiare, abituata com’è ai repentini cambi del vento e così tutti questi villaggi della costa si sono riciclati in deliziose bomboniere per turisti. Come Volendam che più che antico avamposto di balenieri sembra il set di un kolossal olandese, il set allegramente finto e piacevolmente kitsch di una super saga di zoccoli e cuffiette. Il villaggio è piccolo e ci sono pubblicità della Kodak ovunque. I negozi vendono tutti più o meno le stesse cose e ci sono diversi studi fotografici dove ti taglieggiano amabilmente per farti divertenti foto in costume. Io e Sveva abbiamo deciso di farci immortalare in uno studio dove fra i clienti c’erano stati anche Van Der Sar e Ronaldo. Quattro ragazze attendevano oziosamente attorno a un tavolo. Sembravano quattro cappesante, molli, avitaminiche , demotivate, ma non appena siamo entrati ci sono sciamate intorno con l’adrenalina alle stelle.. In un attimo io mi sono ritrovato una specie di fez nero in testa, uno strano panciotto – quasi una rubasca – larghissimo e rosso, braghe nere da pachiderma che da seduto parevano la gonna di una vedova del ragusano, due zoccoloni ai piedi, e una fisarmonica tra le mani. Sveva invece sfoggiava una bella cuffietta bianca che le incorniciava il volto divertito, un delizioso abitino da olandesina, zoccoli e un fascio di tulipani in mano. Il fotografo era meticoloso e ci fissava con occhiettini alla Jean Luc Godard. Ci ha messo in posa vicino a una bella porta verde, in mezzo a un tripudio di reti e su uno sfondo affrescato di velieri alla fonda. Ci ha chiesto tre volte di dire . Poi sono stato accecato da un flash, mentre intorno a noi le quattro cappesante già stavano agghindando i prossimi: una famiglia spagnola rumorosa come una convention di nacchere. La foto è deliziosa. Sveva me la mangio con gli occhi in continuazione. Sembra fatta di burro e di luce . Io sembro solo un mangiatore d’aringhe. E ho lo sguardo di uno che è appena uscito da un coffee-shop, uno che a forza di canne si è pescato tutto il Mare del Nord…
Scritto da lorenzo cairoli, il 15 Marzo, 2006 at 11:14
Aneddoto breve per esorcizzare questa pioggia.
Il muso di un cane è come un piatto di lumache fredde. Oggi Imola è esattamente così. Un muso di un cane.
Alla frontiera svizzera, furiosa di dover specificare il motivo del suo viaggio, la moglie di Victor Hugo, scrive :
“Venuta per rovesciare il governo ” .
Scritto da lorenzo cairoli, il 16 Marzo, 2006 at 16:59
Ho ripreso a guardare, in queste ore, la guida Gallimard che mia figlia Sveva acquistò nella libreria del Louvre.
La guida – come è tradizione della Gallimard – è un piacere per gli occhi : tantissime illustrazioni, testi chiari e coincisi, e curiosità, molte curiosità, sparse per tutta la guida in modo da renderne più godibile la lettura.
Da pagina 97 a pagina 112 c’è un lungo spazio dedicato al ‘Louvre visto dai visitatori’ con contributi eccellenti che vanno da quello di Goldoni a quello del regista Sergej Eizenstein, da Tournier a Valery, da Freud a Dalì, da Cezanne a Henry James, da Zola a Matisse, da Rodin alla Yourcena.
A qualcuno le nudità delle statue procurarono traumi. Julien Green arriva a chiedersi ‘perché si portano i bambini ai musei? ‘ e rimprovera sua madre che lo portava al Louvre ‘non poteva sospettare che uscissi di là in una specie di ebbrezza sessuale che mi faceva tanto più soffrire in quanto ignoravo la causa precisa di quella tortura’.
Flaubert nel suo ‘Dizionario dei luoghi comuni’ sconsiglia il Louvre alle giovani fanciulle. La mia Sveva al Louvre l’ho vista sconvolta una sola volta : quando ha appreso che le toilettes erano più lontane di quanto la sua giovane vescica potesse sopportare.
Anche Eizenstein è colto da turbamenti erotici però così affini a sequenze cinematografiche da farci sospettare che più che turbamento fu vena creativa mandata a spasso come quando scrive ‘ e si ha l’impressione che in questa pericolosa atmosfera da bazar, queste Veneri, queste Diane o queste Europe siano pronte a scivolare fuori dalle loro cornici, come nei pastelli impietosi di Degas, le donne crudelmente sfatte escono dalle loro vasche da bagno per afferrare la manica al visitatore dal grosso naso e tirarselo dietro le piccole tende color verde oliva, pulce o ciliegia, nel ‘primo piano’ delle tele che hanno abbandonato’.
Dalì parla del Louvre come dell’equivalente di un bordello ma sarebbe stato meglio se avesse continuato a dipingere Galatea, Carlo Goldoni dice cose scontate e quel che è peggio , è che le scrive in modo pedante.
Cezanne sconfessa pubblicamente il suo giovanile disamore per il Louvre –quando lo voleva bruciare – e si dà del coglione, ‘povero coglione’ che è epiteto meritato.
Ma è dell”Albatros’ Baudelaire il ricordo più tenero : dalle braci della sua memoria, il poeta pesca un commovente Delacroix che ogni domenica porta al Louvre la sua vecchia domestica ‘e proprio lui, l’elegante, il raffinato, l’erudito, non disdegnava di mostrare e di spiegare i misteri della scultura assira a quella bravissima donna che poi lo ascoltava con ingenua attenzione’…
Cosa c’entri tutto questo con la mosca olearia, il bagoss e i sovversivi del gusto, io non lo so.
So solo che adesso vorrei abbracciare mia figlia. Sentire il suo odore. Regalarle una cioccolata calda.
Ma è lontana. A Roma, che oggi mi sembra più lontana di Caracas .
E piove.
Una città umida, una figlia lontana e l’incontinenza degli angeli…
Scritto da lorenzo cairoli, il 16 Marzo, 2006 at 17:54
c’entra caro lorenzo kerouac italiano….c’entra…c’entra….
Scritto da liloni adriano, il 16 Marzo, 2006 at 18:27
Un piccolo gioiello. E’ il carteggio ‘piccino-picciò’ pubblicato da Adelphi tra Simenon e Fellini. Niente di memorabile, quarantasei lettere che i due si scrissero tra il 60 e l’89, un idillio di quasi trentanni tra due artisti che all’improvviso e con ‘eccitazione infantile, scoprirono di avere molto in comune.
Dalle lettere il più coinvolto appare Simenon, Fellini invece mantiene per tutto il carteggio un atteggiamento di divertito stupore – ma è mai possibile - sembra sempre chiedersi -che il belga di ’sovraumana fertilità’ possa ammirarmi tanto ? - e le risposte che gli invia hanno tutta l’aria di occhi che strabuzzano nell’inchiostro. “Carissimo, leggendario Simenon” scrive Fellini da Chianciano . “Caro, gigantesco Fellini” risponde Simenon da Bollingen.
C’è una cosa molto bella e molto vera che Simenon scrive su Fellini in un giudizio che coinvolge anche Renoir e lo scrittore medesimo.
“Come me, lei è un istintivo, credo di averglielo già detto e quel che ha involontariamente registrato sin dall’infanzia, quel che ancora oggi continua inconsciamente a registrare, lo restituisce con una forza centuplicata che fa delle sue opere delle opere universali. La stessa cosa anche se in piccolo succede a me. Ed è sempre successa a Renoir. Siamo come spugne, assorbiamo la vita senza saperlo e la restituiamo poi trasformata, ignari del processo alchemico che si compie ”
Tra l’altro, mingossip editoriale, fu proprio Fellini a traghettare Simenon all’Adelphi dopo tanti anni di militanza in Mondadori “Per la letteratura in Mondadori non c’è quasi più interesse – annotò allora un dolente Simenon - Anzi, non c’è più alcun interesse…”
Se fosse vivo oggi, cosa scriverebbe della casa editrice di Segrate?
Adesso c’è il Sole. L’acqua del Santerno è verde-bottiglia, la gente pedala rinata, io stasera mi compro un lambrusco. Vigna del Cristo 2004. E ieri sera ho sentito Sveva al telefono.
Stendhal scriveva che un romanzo è uno specchio che passeggia per una grande strada.
E allora, coraggio, alziamo il culo da quà e vediamo cosa brulica in questa strada.
Scritto da lorenzo cairoli, il 17 Marzo, 2006 at 12:53
Ho brindato con te ieri sera, Adriano cuoreaperto.
E il lambrusco mi ha fatto frizzare dentro una voglia di Parigi.
Irving Shaw scriveva su Vogue che ‘ci sono persone nate per essere parigine’, ma a Katherine Mansfield Parigi non fa un bel effetto. Scrive in una lettera ” Assomiglia esattamente a qualsiasi altro posto. E puzza vagamente di gabinetti ” .
A Parigi ogni volta che salivamo su un taxi, Sveva voleva che chiedessi all’autista se sapeva dove abitava la Beart.
Ma i taxisti di Parigi è già tanto se sanno dov’è Montmartre.
Il simbolo di Parigi per molti è la Torre Eiffel ; è buffo ma non c’ero ancora mai salito. Mio padre che soffriva di una forma titanica di vertigini ci andò con mia madre e i suoi cugini. Quando arrivò lì e vide che razza di follia aveva architettato Eiffel- un vero e proprio Osama Bin Laden del Meccano - capì di aver commesso un errore e chiese di barattare la ‘magnifica vista su Parigi ‘ con quattro crepes . Invano. Mia madre e i cugini erano eccitati – difficile dare loro torto – perché la Torre coi suoi due milioni e mezzo di rivetti e le sue diciottomila barre di metallo è un bellissimo ed eccentrico punto esclamativo che ogni giorno Parigi lancia tra le nuvole.
Peccato per mio padre che quell’eccentrico punto esclamativo fosse alto trecentoventi metri. La biglietteria si trovava ai piedi del pilastro Sud ; si misero in coda e attesero il loro turno. Mamma e i cugini parlavano di quello che avrebbero fatto poi, papà invece nel vedere la coda assottigliarsi sempre di più, sentiva le vertigini salirgli su come nubi di vapore. Di colpo condivise tutta l’ostilità che Guy de Maupassant nutriva per quell’opera mostruosa; la odiò a tal punto da diventare il cliente più affezionato del ristorante del secondo piano perché quello era l’unico luogo a Parigi da cui non si vedeva la Torre. Una volta in possesso dei biglietti mia mamma e i cugini salirono su per le scale. Papà, dietro, li seguiva sofferente come se ai piedi avesse pattini da ghiaccio. A metà salita ebbe la pessima idea di guardare sotto e non si mosse più. Quando sentivo mamma raccontare questa storia, non staccavo gli occhi dal viso accigliato di papà che alla parola ‘Eiffel’ o ‘Torre’ faceva delle smorfie che gli vedevo fare solo quando qualcuno gli zuccherava col sale il caffè. Non ho mai sofferto di vertigini, finchè non ho visto mio padre soffrirne, e per una forma tardiva di ereditarietà mi sono autoconvinto di soffrirne anch’io. Così, benchè Sveva morisse dalla voglia di salirci – normale, i bimbi impazziscono per la Torre – io avevo qualche riserva. Sono tre i piani da ascendere – mi ripetevo – magari il primo fa venire delle vertigini, ma nulla di memorabile, piccole vertigini, vertiginine.. . Se poi insiste per il piano successivo, posso sempre dirle che c’è una coda colossale, che gli ascensori sono nel mirino di Al- Qaeda, che sulla torre a minuti si abbatterà l’uragano Katrina e così via…
Ma non ce n’è stato bisogno…la sera stessa che siamo arrivati, un po’ tesi per la storia dei bagagli ‘evaporatisi’ a Fiumicino, abbiamo cenato in un bel ristorante di boulevard Montparnasse ‘ Chez Clement’ che sembrava arredato da Nonna Papera – un profluvio di tegamini e padelle in rame appese dappertutto, treccie d’aglio che come viti s’inerpicavano sù per le pareti, macinapepe del primo novecento, vecchissimi utensili, stampe in cornice da mercatino delle pulci- dopodichè siamo usciti e abbiamo cercato la Torre. ‘Cercare’ è il vocabolo più appropriato perché da quando eravamo saliti sulla navette dell’Air France che dal De Gaulle ci portava in città, non avevamo fatto che cercarla con gli occhi, ma lei non si vedeva. I miei dialoghi con Sveva su quella navette sono stati assolutamente surreali..
” ma tu mi avevi detto che una volta a Parigi l’avremmo vista dappertutto…”
” Sì! è vero. Un attimino di pazienza e la vedrai!”. Sveva era delusa, sudata e stremata dalla vana attesa per i bagagli ed io furente con me stesso perchè dopo tanti viaggi fatti a Parigi, anche se diversi anni prima, non riuscivo a scorgerla e non riuscivo nemmeno a ricordare da dove si potesse vedere. “Ma dov’è?” “Ora giriamo l’angolo e la vedrai!” ma quando la navette girava l’angolo vedevamo sei bistrots, la nettezza urbana, un banco di ostriche, la fermata del metrò, una chiesa enorme di cui nessuno ricordava il nome, una creperie, delle ragazzine senegalesi che civettavano sorridenti , un parigino con la cravatta allentata e una baguette sotto l’ascella. Se solo avessimo voluto avremmo visto anche di che marca era la cravatta, o leggere sulla carta del pane il nome della boulangerie. Tutto potevamo vedere, fuorchè la Torre, e la cosa da surreale, divenne frustrante, e quando arrivammo in hotel dopo aver attraversato una bella fetta di Parigi avevamo l’amaro in bocca. Usciti dal ristorante ci siamo infilati nella metropolitana , direzione : Bir Hakeim. Era già buio, ma sapevamo che fino alle 11 e un quarto si potevano acquistare i biglietti. Usciamo dal metrò ma anche lì nessuna traccia della torre. D’un tratto la vedo riflessa in un gran palazzo a vetri. Col cuore in tumulto, prendo Sveva per mano e giriamo intorno al palazzo, ma attorno al palazzo di vetro vediamo solo altri palazzi …E così io la tiro sempre più furente e lei si lascia tirare sempre più stremata.
Finchè,eccola! la vediamo spuntare dal fondo di un vicolino. Ci vogliono ancora dieci minuti per arrivarle ai piedi, ma è così imponente e così abbagliante e soprattutto così finalmente visibile che restiamo per qualche minuto a guardarla imbambolati. E un istante dopo, assistiamo al prodigio – durerà una decina di minuti- di vederla sfrigolare di luci : il punto esclamativo si tramuta in un accecante pino natalizio e le luminarie che gli adornano le travi erompono in un fiabesco e intermittente gioco pirico di luci – nell’ignobile remake di ‘Belfagor’ viene mostrato uno di questi exploits serali della Torre ed è una delle poche cose che si salva in un film in cui tutti, dal regista alla Marceau, meriterebbero di essere ghigliottinati.
Non siamo arrivati in cima alla Torre, la sera gli ascensori non vanno oltre il secondo piano, e comunque, a parte lo sfizio, e il materiale per storie per i nipoti, il panorama è bello ma non leva il fiato. Non quanto la Torre illuminata. Perché si è molto in alto e Parigi è inaspettatamente molto piatta. Quella sera guardando giù non vedevo la ‘ville lumière’ ma un immenso catino di pece con delle chiazze di luce, una luce oleosa che rischiarava alcuni dei gioielli della capitale : l’arco di Trionfo, Notre Dame, l’Hotel des Invalides – che ho riconosciuto solo grazie a una soffiata di due fidanzatini italiani che mi pomiciavano alle spalle, e in lontananza, la basilica del Sacro Cuore, inconfondibile, con quei suoi cupoloni neobizantini, più da moschea che da avamposto della cristianità.
Scritto da lorenzo cairoli, il 18 Marzo, 2006 at 10:54
Ti avevo parlato di Nazareno, ricordi ?
Peccato da tempo abbia venduto il suo locale della Balduina. Quando scrissi questo pezzo,
non dissi che tra le meraviglie della sua cucina c’era anche la carne di tasso, sdoganata sotto banco ai clienti più affezionati.
Era leggendario, il mio Nazareno.
Come te.
18 settembre 2004.
La giornata è stata sporcata da un cielo perlaceo, deprimente, vera istigazione al suicidio o all’abuso di psicofarmaci. Quando su Roma c’è un cielo così, la gente ha la pressione bassa in tutte le cose che fa.
Adesso piove, piove – come scriveva Flaiano – come sa piovere soltanto a Roma, con quella petulanza che non ammette riparo. Tra poche ore inizierà la seconda edizione della ‘Notte bianca’. L’anno scorso fu oscurata da un black-out improvviso, adesso le piogge monsoniche. Speriamo in bene.
Sono quasi arrivato all’’Assassino’ dove ho appuntamento con Nazareno, gente in giro per la Balduina se ne vede poca, pare un sabato di agosto.
Sugli autobus si viaggia larghi, le saracinesche dei negozi sono abbassate, gli sportelli dei bancomat quasi tutti fuori uso.
Passo davanti a un hotel il Nuova Domus. All’entrata la scritta - in grande - sala congressi. E’ uno di quegli hotel fatiscenti che somigliano a navi in secca. Il solo pensiero che stanotte qualcuno si addormenterà lì mi mette tristezza. E’ il luogo ideale per un suicidio. O per incontrare una puttana sfiorita che parla troppo. O per incrociare qualche portaborse democristiano che ti chiedevi che fine avesse fatto.
Ho letto che in qualche parte di Roma, non ricordo dove, tra poco, magari adesso, ci sarà Emir Kusturica. Non ho ben capito cosa farà. Se suonerà, se terrà un seminario, se racconterà ai romani come ha ‘balcanizzato’ ( o forse è più esatto scrivere ‘gitanizzato’ ) il cinema di Fellini.
Da un’altra parte, forse all’Isola Tiberina, proietteranno ‘L’oro di Roma’ di Lizzani : ho saputo che stanno cercando fondi per restaurarlo. Sarebbe ora. L’ho rivisto due mesi fa. La pellicola saltava come la Simeoni a Mosca. Uno strazio.
Ma nonostante l’ amour fou che ho per Kusturica la mia Notte bianca la dedicherò a Nazareno. Rigatoni al ragù di cervo, capretto al forno con patate strepitosamente fondenti come non ne mangiavo dai tempi del geghegè, il tutto innaffiato dai suoi ricordi, dal suo Abruzzo, dai suoi racconti : Martina Navratilova, gli orsi marsicani, le corse coi cavalli, le lotte tra struzzi e cinghiali. Racconti di un pirata che al calar della sera fa il censimento dei suoi arrembaggi.
Recita Alessandra Martines in un film del marito Lelouch . Ora l’azienda che Nazareno ha in Abruzzo e che produce tutto ciò che si mangia nel suo ristorante è l’epicentro di tale geografia. Un miracolo nel miracolo )
Oggi ho un’azienda agricola a Tagliacozzo con 165 mucche : chianine, maremmane, charolais, piemontesi e brune alpine. Mangiano solo patate, erba medica, barbabietola da zucchero, farina di granturco nostrano… non mais! guai a te se scrivi ‘mais’…. solo farina di granturco nostrano e cicerchiola.
I formaggi me li faccio da me. Le mozzarelle che mangi all’Assassino’ vengono invece da Sulmona dove ho un piccolo caseificio con mio fratello. Sono mozzarelle miste : usiamo latte di vacca e di bufala. A Tagliacozzo tra i formaggi che lavoro c’è anche un pecorino stagionato di nove anni. Lo metto a stagionare sotto terra, come si usava fare ai tempi della transumanza, come lo facevo io quando ero pecoraro che lo mettevo sotto terra e poi proseguivo per il Sud, verso le Puglie, e al ritorno lo trovavo bello che pronto. Anche le verdure che mangi qui vengono da Tagliacozzo. Non uso concimi. Solo letame di pecora. Oltre alle mucche, ho pollame, pecore e maiali perugini da cui ricavo prosciutti, salsicce, salami e lonze. Senza glutammati e altre porcherie. E se li voglio affumicati, gli trovo spazio intorno al camino. Sono prosciutti sani e genuini. I maiali li butto in mezzo alla macchia ai primi di settembre e il giorno di Santo Stefano li riprendo e li ammazzo. I polli li butto nella macchia i primi di marzo e li riprendo ad agosto , il giorno dell’Assunta. Senza mangimi : il cibo se lo devono guadagnare loro. Ne riprendo sempre la metà. Un po’ se li mangiano i cani…un po’ si mangiano tra di loro… Lo zafferano arriva da Navelli. I funghi da Roccasecca. Ho sul mio libro paga dei fungari : che li fanno o no, li pago comunque. I tartufi me li procurano i miei amici marsicani. Alla cacciagione ci penso io, il pesce lo porto da San Benedetto del Tronto. Voglio sempre il pesce dell’Adriatico, ad eccezione della spigola che cucino solo se me la portano dal Golfo di Gaeta. Il pesce d’allevamento? Non lo darei nemmeno ai gatti!
SUGLI ORSI MARSICANI, SUGLI STRUZZI CHE SI PRENDONO GIOCO DEI CINGHIALI E SULLA MIA CUCINA…
( L’Abruzzo per secoli ha vissuto isolato, poche strade, troppe montagne. Ogni tanto qualcuno solcando il mare portava timide novità agli abruzzesi, come quando alle signore di Boston arrivavano i cappellini da Parigi. Bastava poco per accendere la fantasia di quelle genti miti. Nazareno sostiene che, nel suo genere, la cucina abruzzese è unica. Tutte le nostre cucine regionali si sono mischiate, contaminate, fagocitate una con l’altra. A Marsala ( dall’arabo Marsa-llah , il porto di Allah ) come in tutta l’area costiera della Sicilia occidentale c’è ancora traccia delle scorrerie dei musulmani berberi tunisini nel rustico kuskus. Si sa quanto la cucina romana sia stata influenzata da quella ebraica. C’è molta Francia nella cucina piemontese e molta mitteleuropa in quella friulana e altoatesina. Le regioni che si affacciano sulla Pianura padana spesso cucinano piatti simili, addirittura gemelli. Non l’Abruzzo che di scorrerie non ne ricorda. Così i suoi piatti sono rimasti unici. Come i lemuri in Madagascar )
Una volta cacciavo con gusto. Adesso no. Adesso mi fa male vedere una bestia che soffre. Se vai a caccia dalle mie parti ti può capitare di tutto. A Raiano c’era un grande allevamento di struzzi che poi è andato in malora. Molti di quegli struzzi sono riusciti a fuggire. Adesso vivono nei boschi e si riproducono come conigli. Tempo fa vado a caccia di cinghiali. Bè : non ne vedo uno vicino a un ruscello che litigava con uno struzzo? Uno pensa che tra i due non c’è storia, che il cinghiale con una testata fa saltare lo struzzo come un birillo. Macchè! Lo struzzo lo beccava in testa e poi si ritraeva, lo beccava di nuovo e si ritraeva. Il cinghiale non capiva più nulla. Sembrava ubriaco. Alla fine, è scappato via.
Una sera sul Silente mi sono voltato e mi sono trovato faccia a faccia con un orso marsicano . Due metri di orso che mi puntavano dritto negli occhi! Gli orsi marsicani non saranno i grizzly, ma a vederlo così, in piedi, con quei due metri che non finivano mai, ho avuto paura. Una paura così non l’ho vissuta mai. Se chiudo gli occhi, sento ancora il suo odore ( solo a parlare dell’orso gli è venuto un brivido : quell’istante in cui si sono trovati uno di fronte all’altro deve essere durato un secolo ) In Abruzzo c’è un piatto con la pecora che chiamiamo ‘Pecora ajo cotturo’ : io così cucino anche il cinghiale. Privo la carne del grasso e la marino 24 ore con vino, aglio e rosmarino, poi la soffriggo con la cipolla, faccio rosolare e faccio cuocere il tutto con acqua e vino per tre-quattro ore e alla fine aggiungo sale, peperoncino, crugnale selvatico e tutumacchio, una pianta aromatica che cresce da noi e che ha un forte sentore di mandorla .
La starna ho imparato a cucinarla da uno chef di Sulmona. Gliel’ho vista fare e gliel’ho copiata. La marsicana? Va bene anche coi rigatoni, ma l’originale esige le mezze maniche. Nel suo sugo ci vanno salsiccia, peperoni e pomodori a crudo, appena sbollentati. Silone per la marsicana ci faceva una malattia e infatti ne parla spesso nei suoi libri. Quando mia nonna trafficava in cucina e sentivo l’odore della marsicana spandersi per casa, capivo subito che era arrivato l’inverno. Ho frequentato la scuola alberghiera a Roccaraso. Un anno. Soldi e tempo buttati via. Ho imparato guardando quelli più bravi. Ho imparato lavorando. Prima dell’’Assassino’ ho avuto altri locali : ‘La nave’ ad Avezzano , ‘La Serenissima’ a Lugo dei Marzi e il ‘Verde luna’ qui a Roma, sull’Aurelia.
Mi fa schifo il burro, la panna e la besciamella. Uso solo extra vergine di mia produzione. A crudo. Le spezie ? Col contagocce. Solo se servono. Perché la mia amatriciana è un mito ? Perché uso il guanciale vero. Il mio guanciale. Il mio pecorino. I miei pomodori. Dagli altri compro solo il sale e la pasta. Gli altri dagli altri invece comprano tutto. Puoi essere anche Beck ( NB lui lo chiama Becker – sarà la grande amicizia che ha coi tennisti che tutte le volte gli fa storpiare il cognome ? ) ma senza il guanciale vero, non fai l’amatriciana. Magari è anche buona…magari…però è monca. Un po’ come fare l’Abruzzo e dimenticarsi Teramo.
La verità è che troppi ristoratori si fidano dei loro fornitori che non gli danno la qualità promessa. E molti chef non conoscono la carne. Pochi cuochi sanno lavorare una bestia. I macellai gliela danno già macellata e tagliata.
Io la macello, la squarto. Faccio tutto da me. Non puoi comprare la carne già tagliata… se lo fai, non sei un cuoco. Sei solo uno con in testa un cappello.
SE IL SIGNOR DAVIS CERCA L’INSALATIERA, LA CERCHI QUI
( Nel locale di Nazareno sono passati in tanti. Vip della politica, della finanza, del cinema : la parola vip è una parola orrenda, come il tabasco sulle ostriche, ma in questo caso, passatemela. Una sera venne all’’Assassino’ un ragazzo pallido con un gran cappello, gli abiti stracciati come se un attimo prima avesse fatto petting con una lince. Era Di Caprio. Il locale era strapieno : Nazareno non lo riconobbe e lo mise alla porta. Sua figlia Roberta rimediò in zona Cesarini. Ma i grandi amici di Nazareno, i grandi fans dell’’Assassino, sono i tennisti che tutti gli anni quando c’è il Torneo del Foro Italico vengono a mangiare qui. L’elenco è interminabile : Amelie Mauresmo, le sorelle Williams, Michelino Chang, Peter Sampras , Carlos Moya, il rissoso Rios – grandi mance ma anche un’adorazione inquietante per i coltelli – Jennifer Capriati , tutta la famiglia Sanchez con Arantxa in testa e ancora Ilie, Spadea, Corretja, Squillari… )
Sono tutti bravi ragazzi, simpatici, alla mano. Se gli chiedi una foto insieme, sembra che gli fai un favore Ho provato invece a strappare una foto a Di Caprio. Il casino che ha fatto…io credo che se a un babbuino gli schiacci una zampa, non arriva a tanto… . I tennisti a tavola sono uno spettacolo, mangiano che Dio li benedica. Moya ? Un caterpillar. Tutto quello che gli porto, lo divora. Guga Kuerten ? Vivrebbe di sola carbonara. Serena Williams ha quest’aria da bisteccona ma non mangia carne. Con la mia amatriciana però ha fatto una strappo e il guanciale mica lo ha messo da parte. Macchè. Sparito tutto, insieme alla pasta. La mia più grande amica però resta Martina Navratilova. Simpatica, umana, divertente e buongustaia. Pasta, pesce, scampi e, soprattutto, peschelle tartufate. (Molti scambiano le peschelle dell’’Assassino’ per olive, in realtà sono pesche che Nazareno raccoglie dagli alberi quaranta giorni dopo la fioritura, fa bollire in un court- bouillon di vino e aceto e poi mette a decantare in olio tartufato. Il risultato ? Strepitose! ) Ogni volta che passa per Roma se ne porta via sempre due o tre barattoli. Ricordo un giorno…lei giocava a Parigi, al Roland Garros, e mandò qui la sua segretaria. Mi disse che Martina aveva finito tutta la scorta . Le peschelle che dovevano bastarle per un anno, le aveva spazzate via in una settimana. Adesso ne voleva altri tre barattoli. ‘Please, Nazareno’ – mi implorava. Ovviamente l’ho accontentata ( mi strizza l’occhio ) sennò, senza peschelle, Martina in finale come ci arrivava ?
Scritto da lorenzo cairoli, il 21 Marzo, 2006 at 16:33
grazie lorenzo….mi hai fatto sognare….
Scritto da liloni adriano, il 21 Marzo, 2006 at 16:50
…. ma come ha fatto il turco a sbagliare da quella posizione?
N.
Scritto da tenente drogo, il 15 Novembre, 2006 at 01:34
Si era fatto un lampredotto tagliato malissimo, tenente.
Mai comprare panino al lampredotto da pusher ticinesi. Mai. Neppure se hai lemure sulla spalla.
Scritto da cairoli, il 15 Novembre, 2006 at 16:52
Grande Lorenzo.Complimenti anche ad Adriano per l’iniziativa.
A che punto è il libro?
Scritto da stivmekuin, il 28 Novembre, 2006 at 16:25